C’è una certa pigrizia intellettuale, o forse una malafede calcolata, nel mantra che la destra italiana ripete ormai come un disco rotto: i comunisti sono sempre stati dalla parte sbagliata della storia. È una frase che suona bene, rotonda, definitiva. Ti permette di chiudere il discorso senza averlo mai aperto, di liquidare il Novecento con un’alzata di spalle. Ma è una semplificazione che non regge nemmeno un minuto se si ha la pazienza di aprire un libro di storia, o anche solo di guardare alle fondamenta su cui poggia la Repubblica in cui viviamo.
Perché se accettiamo l’idea che i comunisti fossero “dalla parte sbagliata” sempre e comunque, dobbiamo anche accettare un corollario scomodo: che durante il Ventennio fascista, chi si opponeva al regime stando in carcere, al confino o morendo ammazzato, avesse torto. E che chi quel regime lo sosteneva, lo applaudiva o semplicemente lo tollerava, avesse ragione. Non si scappa. Quando l’Italia sprofondava nel conformismo più nero, quando il Parlamento veniva svuotato e le libertà civili cancellate con un tratto di penna, il Partito Comunista era una delle pochissime forze organizzate a mantenere viva una resistenza, anche solo mentale, prima ancora che armata.
Non sto parlando di santificare un’ideologia che altrove ha prodotto orrori indifendibili. Sto parlando di guardare la storia italiana per quella che è stata, non per come ci fa comodo raccontarla oggi tra un tweet e un comizio. Gramsci non è morto in una clinica privata svizzera; è morto dopo anni di carcere fascista che gli hanno consumato il corpo. Terracini, Pertini (socialista, ma compagno di strada in quella lotta), e migliaia di anonimi militanti non hanno passato la giovinezza al fresco perché avevano sbagliato parte. L’hanno passata lì perché, in quel momento storico preciso, erano l’unico argine possibile a una dittatura che oggi molti vorrebbero ridurre a un incidente di percorso o a una parentesi di “cose buone”.
E poi c’è il paradosso della Costituente. È affascinante vedere come si cerchi di cancellare il fatto che la nostra Costituzione – quel documento che tutti citano a sproposito quando serve difendere i propri interessi – sia figlia di un compromesso altissimo tra cattolici, liberali, socialisti e, sì, comunisti. L’articolo 3, quello sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali, non è nato sotto un cavolo. Porta l’impronta digitale di chi aveva una visione di classe della società. Togliate il contributo del PCI alla nascita della Repubblica e vi ritroverete con un tavolo a cui manca una gamba fondamentale.
Dire che i comunisti italiani stavano dalla parte sbagliata della storia mentre contribuivano a scrivere le regole democratiche che permettono oggi ai loro detrattori di parlare, è un esercizio di ingratitudine storica. Certo, c’erano le ambiguità, c’era il legame con Mosca, c’erano le contraddizioni enormi di chi sognava la rivoluzione e intanto costruiva la democrazia borghese. Nessuno lo nega. Ma la storia non è un film della Marvel con i buoni tutti da una parte e i cattivi dall’altra. È un terreno fangoso, complesso.
Il revisionismo attuale non cerca di capire quella complessità; vuole solo ripulire la lavagna per scriverci sopra una nuova versione dei fatti, più comoda, più rassicurante per chi ha bisogno di legittimarsi oggi. Negare il ruolo dei comunisti nella Resistenza e nella Costituente non è un’opinione politica: è una mutilazione della nostra identità collettiva. Se quella era la parte sbagliata, sarei curioso di sapere quale fosse, secondo loro, quella giusta nel 1930 o nel 1944. La risposta, temo, non ci piacerebbe affatto.
Per chi non si accontenta degli slogan: cosa leggere
Se volete uscire dalla logica da stadio e capire davvero come si intrecciano la storia del PCI, l’antifascismo e la nascita della Repubblica, lasciate perdere i post di FDI e recuperate questi testi. Sono letture che richiedono tempo, ma restituiscono onestà intellettuale e sono strumenti fondamentali per sviluppare un pensiero critico.
- “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza” di Claudio Pavone È il libro fondamentale. Pavone, che partigiano lo è stato, ha avuto il coraggio di usare il termine “guerra civile” quando a sinistra era tabù. Spiega perfettamente perché, pur nella violenza fratricida, c’era una parte che lottava per la libertà (inclusi i comunisti) e una che lottava per la sottomissione. Se leggete un solo libro, leggete questo.
- “Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo” di Francesco Filippi Un manuale di autodifesa contro il revisionismo da bar. Utile per smontare pezzo per pezzo la narrazione “benevola” del Ventennio che spesso accompagna la critica feroce ai comunisti.
- “Storia del Partito comunista italiano” di Aldo Agosti Per capire che il PCI non era un monolite agli ordini di Stalin (o meglio, non solo), ma un organismo complesso che ha scelto la via democratica e istituzionale con la “Svolta di Salerno”. Aiuta a capire come Togliatti abbia disinnescato la rivoluzione per costruire la Repubblica.
- “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci Non serve leggerle tutte, bastano poche pagine per capire lo spessore umano e intellettuale di chi si opponeva al regime pagando con la vita. È la prova documentale di cosa significasse stare “dalla parte sbagliata” secondo i criteri fascisti: significava pensare.
- I Verbali dell’Assemblea Costituente Sembra noioso, ma andare a leggere gli interventi di Terracini (PCI) o il dialogo tra le forze cattoliche e quelle marxiste è illuminante. Lì si vede la “parte giusta” in azione: non quella che aveva tutte le risposte, ma quella che ha saputo sedersi al tavolo per scrivere le regole di tutti.
