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La famiglia del bosco, Thoreau e l’attacco ai giudici: anatomia di una strumentalizzazione

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui la vicenda della famiglia di Palmoli è stata trasformata in un ariete politico contro la magistratura. E il fatto che questo stia accadendo mentre si discute della separazione delle carriere non è una coincidenza.

Il caso

Parliamoci chiaro: la scelta della famiglia anglo-australiana che vive nei boschi abruzzesi senza elettricità e acqua corrente praticando l’autosufficienza, è una scelta più che legittima. Un adulto hanno tutto il diritto di vivere secondo i propri valori, anche se questi sono radicali. Ma è giusto porsi delle domande se queste scelte influenzano la vita dei bambini.

Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha deciso l’allontanamento temporaneo dei minori per questioni igienico-sanitarie e di socializzazione. Attenzione, il tribunbale non ha contesta lo stile di vita della famiglia ma ha preso questa decisione solo nell’ottica della tutela dell’infanzia.

Thoreau e la vita nei boschi

Tutti tirano in ballo Thoreau. Sul mio blog ne parlo spesso, giacchè lo considero una delle persone da cui trarre maggiori spunti di riflessione, soprattutto rileggendolo in chiave moderna è stato sotto molti aspetti un anticipatore di molti temi che sarebbero divenuti fondamentali in futuro.

Commentatori e opinionisti di web e TV lo brandiscono come un’arma dialettica. Ma chi ha davvero letto Walden?

Thoreau era un uomo solo, adulto e consapevole, che scelse volontariamente di vivere due anni in una capanna sulle rive del lago Walden. Ma non aveva figli a carico, non imponeva la sua visione del mondo a nessuno, e soprattutto: dopo due anni, tornò alla civiltà. Perché anche Thoreau sapeva che l’esperimento aveva un senso solo se limitato nel tempo e scelto liberamente. Il Walden è un libro che inizia con “l’io” ma termina inevitabilmente con il “noi”

La differenza è abissale con il caso italiano: Thoreau praticava la disobbedienza civile su sé stesso. La famiglia di Palmoli la pratica con tre bambini che si vedono negati dei diritti, in modo più o meno consapevole. E questo solleva una domanda: fino a che punto il libero arbitrio di un genitore può compromettere dei diritti fondamentali dei propri figli?

La strumentalizzazione politica

Ed eccoci al punto nodale, quello che ha fatto balzare il caso alla cronaca nazionale. Salvini e la Lega hanno subito preso la palla al balzo parlando di “rapimento di Stato”, trasformando una decisione giudiziaria in un attacco alla famiglia naturale e alla libertà individuale. Insieme al resto della maggioranza hanno cavalcato l’onda, facendo della vicenda un simbolo della lotta contro la “burocrazia oppressiva” e i “giudici comunisti”, oltre a prendersela con i servizi sociali.

Ma guardiamo bene il timing: siamo nel pieno del dibattito sulla separazione delle carriere, la riforma che punta a ridisegnare i rapporti di potere nella magistratura. E improvvisamente una vicenda di tutela minorile diventa un caso mediatico nazionale, con il governo che attacca frontalmente i giudici accusandoli di aver preso una decisione che vìola il diritto a dei bambini di stare con i loro genitori.

Non è difficile collegare i punti: si sta costruendo una narrazione in cui la magistratura è vista come un potere invasivo, ideologizzato, nemico delle famiglie e della libertà. Perfetto per preparare il terreno alla riforma.

L’ipocrisia delle due misure

E qui arriviamo al punto più grottesco della vicenda. Lo stesso Salvini che oggi grida al “rapimento di Stato” per la famiglia di Palmoli è quello che per anni ha visitato i campi rom auspicando pubblicamente che i bambini venissero tolti ai genitori. Le motivazioni? Scarse condizioni igieniche, mancata scolarizzazione, contesto di illegalità.

Fermiamoci un attimo. Rileggiamo quelle motivazioni: condizioni igieniche inadeguate, bambini non inseriti nel sistema scolastico tradizionale, contesto considerato ai margini della legalità. Sono esattamente le stesse ragioni per cui il Tribunale dei Minori ha deciso l’allontanamento temporaneo dei bambini di Palmoli.

Ma evidentemente, per Salvini, ci sono bambini che meritano protezione e bambini che no. Ci sono famiglie “naturali” da difendere e famiglie da smantellare. La differenza? Non le condizioni di vita dei minori, ma l’etnia e la narrativa politica che ci si può costruire sopra.

Quando i bambini sono rom, l’allontanamento è “giustizia sociale” e “tutela dell’infanzia”. Quando i bambini sono figli di europei bianchi che citano Thoreau, diventa “rapimento di Stato” e “attacco alla libertà”. Stesso tribunale, stesse motivazioni, reazioni opposte.

Conclusione

Non ho dubbi che quella famiglia ami i propri figli. Non ho dubbi che creda sinceramente nel proprio stile di vita. Ma l’amore non basta quando ci sono in gioco la salute, la sicurezza e il diritto dei bambini a scegliere, un domani, che vita vivere.

E mentre discutiamo di Thoreau e di libertà individuale, mentre Salvini attacca i giudici e il governo prepara la sua riforma, quei tre bambini sono al centro di una tempesta mediatica e politica che li usa come pedine.

Forse dovremmo smetterla di citare Walden e iniziare a chiederci: cosa vogliono davvero quei bambini? E se lo Stato non può proteggerli, chi lo farà?

La separazione delle carriere si farà o non si farà sulla base di argomenti costituzionali seri. Non sulla pelle di tre minori che vivono nei boschi dell’Abruzzo.

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