Tutto inizia con un rifiuto, o meglio, con una correzione di rotta. Verne voleva fare l’avvocato? No, i genitori volevano. Lui voleva scrivere. Ma il Verne che conosciamo nasce nel 1862, quando incontra Pierre-Jules Hetzel.
Hetzel era un visionario, un genio del marketing prima che il termine avesse senso. Prese un manoscritto di Verne, Cinque settimane in pallone, e capì che c’era del potenziale, a patto di… beh, di “asciugare” la fantasia e pompare la scienza.
Hetzel gli diede una struttura, un marchio di fabbrica (le famose copertine rosse e oro che facevano bella figura nei salotti borghesi) e una missione: istruire divertendo. I libri di Verne dovevano essere lezioni mascherate da avventure. E qui sta il punto che faceva impazzire i suoi successori, come il povero Maurice Renard.
Mentre Renard, Wells o Poe prendevano la scienza e la torcevano per vedere cosa succedeva se si violavano le leggi della fisica (l’uomo invisibile, per dire), Verne faceva l’opposto. Verne prendeva la scienza reale, quella dei manuali, e la portava al limite estremo del possibile. Non c’è nulla di magico nel Nautilus. È ingegneria spinta al massimo, certo, ma è ingegneria. Verne voleva incantare il lettore non con l’impossibile, ma con la realtà spiegata bene. Voleva sostituire la fata turchina con l’ingegnere minerario.

L’incanto della logica (e un po’ di inquietudine)
Eppure, cercando di essere iper-razionale, Verne finiva spesso per superare a destra chi inventava mondi assurdi. Prendiamo Il castello dei Carpazi ad esempio. È un romanzo gotico, strano, oscuro, con una storia d’amore maledetta. Ma Verne, che non riesce a staccarsi dalla sua ossessione per il reale, immagina una tecnologia per “resuscitare” la voce e l’immagine di una cantante morta. In pratica, prevede l’ologramma e la proiezione audiovisiva. E lo fa scrivendo una frase che mi ha colpito molto: “se la nostra storia è inverosimile oggi, potrebbe essere verosimile domani”.
Ecco la differenza. Renard cercava lo stupore nell’assurdo mentre Verne lo cercava nel domani.
Ma c’è un’altra cosa che spesso dimentichiamo, forse perché ci siamo fermati ai film Disney o alle riduzioni per ragazzi. Verne non era un ottimista cieco. Tutt’altro. Se i primi romanzi sono un inno alla conquista (si va sulla Luna, si va al centro della Terra, si mappa tutto il mappabile), verso la fine della sua vita il tono cambia. Si fa cupo. La scienza non è più solo la luce che scaccia le tenebre dell’ignoranza; diventa anche lo strumento in mano allo “scienziato pazzo”. Pensate a Di fronte alla bandiera (1896). C’è l’idea che la tecnologia possa portare all’annientamento totale. Verne aveva intravisto l’ombra della bomba atomica mentre gli altri ancora festeggiavano l’elettricità.

La fine della terra incognita
Forse, alla fine, la vera differenza tra Verne e i suoi successori è solo una questione di mappe. Ai tempi di Verne, potevi ancora mandare i tuoi eroi in una zona bianca del planisfero e dire “lì succedono cose strane”. C’era spazio fisico per l’ignoto. Renard scriveva in un mondo che si stava chiudendo, dove ogni angolo era stato esplorato. Per trovare il meraviglioso, lui doveva scappare nella psiche, o in un’altra dimensione. Verne aveva ancora il lusso di poter viaggiare in orizzontale.
Oggi? Oggi siamo tutti un po’ orfani di quello spazio. Forse è per questo che continuiamo a rileggere Ventimila leghe sotto i mari. Non per la scienza, che ormai è antiquariato, e nemmeno per le previsioni azzeccate. Ma per quell’idea ingenua, forse, che basti salire su un mezzo di trasporto, fare abbastanza chilometri, e trovare qualcosa che ci lasci ancora a bocca aperta. Senza bisogno di magia.
