La storia di un paese non passa soltanto per i trattati e le cronache ufficiali. Passa anche, e a volte meglio, per i romanzi che quel paese ha prodotto mentre la viveva. Il Novecento italiano ha attraversato due guerre mondiali, una dittatura, una guerra civile, una ricostruzione e un boom economico, e in ognuno di questi passaggi ha trovato scrittori capaci di raccontarlo dal di dentro, spesso mentre i fatti erano ancora aperti, senza la distanza rassicurante di chi scrive dopo. I venti libri che seguono coprono settant’anni, dal 1904 al 1974, e messi in fila compongono qualcosa che assomiglia a una storia d’Italia scritta non da uno storico ma da chi quella storia l’ha vissuta in prima persona.
L’alba del secolo e il crollo delle certezze
Luigi Pirandello aveva già superato i trent’anni quando cominciò a scrivere Il fu Mattia Pascal, uscito nel 1904 a puntate su una rivista romana prima di diventare libro. Racconta di un uomo che, creduto morto per errore, decide di approfittarne per sparire e ricominciare altrove, salvo scoprire che senza documenti e senza un nome riconosciuto non si è nessuno, non si può nemmeno firmare un contratto o sposarsi di nuovo. È un libro sull’identità come costruzione sociale più che come dato di natura, scritto con un’ironia che a tratti scivola nell’amarezza. Pochi anni prima, nel 1913, Grazia Deledda aveva pubblicato Canne al vento, ambientato in una Sardegna arcaica dove il destino sembra scritto fin dalla nascita e le famiglie pagano colpe che non hanno commesso. Deledda avrebbe vinto il Nobel nel 1926, prima e per lungo tempo unica donna italiana a riceverlo, e con lei entrava nella grande letteratura un’Italia periferica che i salotti letterari milanesi e romani conoscevano poco. Italo Svevo pubblica invece La coscienza di Zeno nel 1923, a proprie spese, perché nessun editore importante lo aveva preso sul serio fino a quel momento. Il protagonista, Zeno Cosini, scrive le proprie memorie su richiesta del suo psicoanalista e finisce per raccontare una vita di piccoli fallimenti e autoinganni, in un romanzo che introduce per la prima volta in Italia il linguaggio freudiano applicato alla narrativa. Alberto Moravia aveva poco più di vent’anni quando scrisse Gli indifferenti, pubblicato nel 1929, romanzo su una famiglia romana attraversata da tradimenti e piccole meschinità che nessuno ha la forza di chiamare per nome. Sotto il ritratto di un dissesto domestico si legge già il presagio di un paese pronto a lasciarsi scivolare verso il fascismo per la stessa indifferenza morale che i suoi personaggi mettono in scena.
Il ventennio e le sue ombre
Ignazio Silone scrisse Fontamara in esilio, in Svizzera, e il libro uscì per la prima volta nel 1933 non in italiano ma in tedesco, perché in Italia sarebbe stato impensabile pubblicarlo. Racconta la vita dei cafoni di un paese immaginario dell’Abruzzo, sfruttati prima dai proprietari terrieri e poi, con l’arrivo del fascismo, da un potere che promette modernità e consegna soltanto nuove forme di sopruso. Elio Vittorini pubblica Conversazione in Sicilia otto anni dopo, nel 1941, e per raccontare la miseria e l’ingiustizia del suo paese sotto il regime deve ricorrere a un linguaggio allegorico e quasi visionario, l’unico che riesce in parte a superare la censura. Diventerà negli anni successivi uno dei protagonisti della cultura antifascista italiana e, dopo la guerra, uno dei principali importatori della letteratura americana nel nostro paese. Carlo Levi paga con il confino in Lucania, tra il 1935 e il 1936, la propria attività antifascista, e da quell’esperienza nasce Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato però solo nel 1945, a guerra finita. Levi trova in Basilicata un mondo contadino che il fascismo non ha mai davvero raggiunto, un’Italia rimasta fuori dalla storia ufficiale, dove i paesi a sud di Eboli, dice il titolo, sono rimasti fuori persino dalla salvezza cristiana.
La guerra, la Resistenza, la Shoah
Primo Levi scrive Se questo è un uomo subito dopo essere tornato da Auschwitz, con una prosa asciutta, da rapporto più che da confessione, perché era convinto che la testimonianza dovesse bastare da sola, senza bisogno di enfasi. Nel 1947, quando lo propone agli editori, un grande nome del settore lo rifiuta e il libro esce per una piccola casa editrice torinese, vendendo poche copie e passando quasi inosservato. Solo nel 1958, quando Einaudi lo ripubblica, trova finalmente i lettori che merita e diventa uno dei testi fondamentali della letteratura sulla Shoah in Europa. Nello stesso 1947 Italo Calvino, che ha ventiquattro anni, pubblica Il sentiero dei nidi di ragno. Racconta la Resistenza attraverso gli occhi di Pin, un ragazzino che vive ai margini della banda partigiana senza capirne fino in fondo la posta in gioco, e proprio per questo mostra della guerra civile un lato più crudo di quanto avrebbe potuto un narratore adulto e consapevole. Renata Viganò aveva fatto la staffetta partigiana durante la guerra, e nel 1949 pubblica L’Agnese va a morire, dove una lavandaia di paese diventa partigiana dopo che i tedeschi le uccidono il marito. È uno dei pochi romanzi del canone resistenziale con una protagonista donna, in un genere che per il resto la racconta soprattutto al maschile. Beppe Fenoglio aveva combattuto con i partigiani nelle Langhe e per tutta la vita lavorò a un grande romanzo sulla guerra civile che sarebbe uscito solo dopo la sua morte, nel 1968. Nel frattempo, nel 1963, pubblica Una questione privata, dove il protagonista Milton insegue attraverso le colline piemontesi non tanto un ideale politico quanto un’ossessione amorosa, e la guerra partigiana fa da sfondo a una vicenda privata, come dice il titolo. Sempre nel 1963 esce anche La tregua di Primo Levi, il racconto del lungo viaggio di ritorno dai lager attraverso l’Europa dell’Est. È un libro più disteso del primo, con un tono quasi picaresco in alcuni tratti, dove compare persino, sorprendentemente, qualche pagina capace di far sorridere.
Il dopoguerra e le macerie della memoria
Cesare Pavese pubblica La luna e i falò nel 1950, pochi mesi prima di uccidersi. È il racconto di un uomo che torna dall’America nelle Langhe dov’è cresciuto, e che ritrovando i luoghi della propria infanzia scopre che la guerra civile ha lasciato ferite mai davvero rimarginate, anche nei paesaggi più tranquilli. Alberto Moravia guarda invece alla guerra da un altro punto di vista in La ciociara, pubblicato nel 1957, romanzo in cui una madre e una figlia attraversano a piedi l’Italia centrale devastata dai combattimenti del 1943, e nel viaggio subiscono, tra le altre violenze, uno stupro di gruppo che la memoria collettiva avrebbe poi chiamato con l’espressione, tristemente nota, di marocchinate. Nello stesso anno Elsa Morante pubblica L’isola di Arturo, romanzo di formazione ambientato a Procida durante il fascismo, dove la crescita di un ragazzo si intreccia senza che lui se ne accorga con il tramonto delle illusioni della sua generazione. Chiude questa fase Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, uscito nel 1962, ambientato nella Ferrara ebraica travolta dalle leggi razziali del 1938. Bassani racconta un amore mai davvero corrisposto tra il narratore e Micòl Finzi-Contini, e lo fa con un tono sommesso che rende ancora più insopportabile, per contrasto, quello che sappiamo accadrà a quella famiglia.
Il boom, il potere, la provincia del silenzio
Luciano Bianciardi pubblica La vita agra nel 1962. Il protagonista arriva a Milano dalla provincia toscana con l’idea di vendicare alcuni minatori morti in un incidente facendo saltare in aria un grattacielo simbolo della finanza, ma finisce risucchiato dal lavoro precario nell’editoria e nella pubblicità, e il proposito rivoluzionario si dissolve giorno dopo giorno in un’esistenza fatta di corse in tram e articoli scritti male e in fretta. È una delle satire più feroci mai scritte sul boom economico italiano, perché non risparmia nemmeno chi credeva di poterlo criticare dall’esterno. Un anno prima, nel 1961, Leonardo Sciascia aveva pubblicato Il giorno della civetta, il primo romanzo italiano a parlare apertamente di mafia non come fenomeno criminale isolato ma come sistema di potere intrecciato con lo Stato. Il capitano dei carabinieri Bellodi indaga su un omicidio in un paese siciliano e scopre, indagando, che la vera legge del posto non è quella scritta nei codici. Sempre nel 1961 esce Ferito a morte di Raffaele La Capria, vincitore del premio Strega, ambientato in una Napoli borghese ed elegante che sta scivolando lentamente verso l’irrilevanza. Il libro racconta una sola giornata di mare, ma in quella giornata si condensa il ritratto di un’intera classe sociale incapace di reagire al proprio declino.
La Storia come romanzo, il romanzo come storia
C’è un ultimo libro che merita di chiudere da solo questo percorso, perché prova a fare quello che nessun altro aveva tentato fino in fondo, cioè raccontare l’intero Novecento italiano dentro un solo romanzo. Elsa Morante pubblica La Storia nel 1974, e lo fa in un’edizione economica, pensata apposta per arrivare a un pubblico più ampio di quello abituale ai suoi romanzi. Al centro c’è Ida Ramundo, maestra elementare per metà ebrea, e suo figlio Useppe, nato da una violenza subita a Roma durante l’occupazione tedesca. Attorno a loro scorrono la fame, i bombardamenti, la Resistenza e gli anni difficili della ricostruzione, in una prosa che riesce a tenere insieme la grande storia e le piccole storie di chi quella grande storia la subisce senza poterla raccontare a sua volta. Il romanzo divise la critica fin dall’uscita, tra chi lo trovava ingenuo dal punto di vista politico e chi invece lo riconobbe subito come un capolavoro. A distanza di cinquant’anni, di tutti i libri di questa lista, è forse quello che dà più di ogni altro la sensazione fisica di aver attraversato un secolo intero.
Venti libri non esauriscono un secolo così denso di storia e di letteratura, e chi conosce bene la narrativa italiana del Novecento troverà di sicuro delle assenze da segnalare. Sono comunque venti punti fermi da cui partire, e il modo migliore per misurare quanto la letteratura possa avvicinarci alla storia più di un manuale è leggerli in fila, uno dopo l’altro, e vedere che cosa arriva fino a noi, alla fine, di un intero secolo italiano.
Ecco i venti libri in ordine cronologico:
- Il fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello (1904)
- Canne al vento – Grazia Deledda (1913)
- La coscienza di Zeno – Italo Svevo (1923)
- Gli indifferenti – Alberto Moravia (1929)
- Fontamara – Ignazio Silone (1933)
- Conversazione in Sicilia – Elio Vittorini (1941)
- Cristo si è fermato a Eboli – Carlo Levi (1945)
- Se questo è un uomo – Primo Levi (1947)
- Il sentiero dei nidi di ragno – Italo Calvino (1947)
- L’Agnese va a morire – Renata Viganò (1949)
- La luna e i falò – Cesare Pavese (1950)
- La ciociara – Alberto Moravia (1957)
- L’isola di Arturo – Elsa Morante (1957)
- Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia (1961)
- Ferito a morte – Raffaele La Capria (1961)
- La vita agra – Luciano Bianciardi (1962)
- Il giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani (1962)
- Una questione privata – Beppe Fenoglio (1963)
- La tregua – Primo Levi (1963)
- La Storia – Elsa Morante (1974)
