Cosa resta della speranza di Gennaro Jovine? Da Napoli milionaria a Gli esami non finiscono mai

Gli esami non finiscono mai non è propriamente una commedia, per quanto Eduardo continui a chiamarla così nel sottotitolo, quasi per pudore verso un pubblico che da lui si aspettava ancora, nel 1973, la consolazione della risata. È piuttosto un processo, nel senso giudiziario del termine, che si protrae dalla gioventù scolastica di Guglielmo Speranza fino alla sua morte, senza che l’imputato ottenga mai un’assoluzione definitiva. La struttura drammaturgica stessa asseconda questa idea: ogni atto è scandito da un esame, da una prova a cui il protagonista viene sottoposto da figure diverse (un medico, il suocero, la moglie, gli amici, i figli) ma che rappresentano in fondo un’unica autorità permanente, quella del giudizio sociale che non concede tregua. Guglielmo attraversa il fascismo da studente, la ricostruzione e il boom economico da adulto inserito in una borghesia impigrita e impiegatizia che lo osserva e lo misura costantemente, fino ad arrivare, vecchio, agli anni Settanta di un’Italia che ha ormai smarrito qualunque retorica di rinascita. In questo arco di quasi cinquant’anni scenici, Eduardo condensa non solo una biografia individuale ma l’intera parabola del Novecento italiano, facendo del destino privato di un uomo qualunque lo specchio di una nazione che non ha mai smesso di doversi giustificare davanti a un tribunale invisibile.

Il significato di ‘adda passà ‘a nuttata’ in Napoli milionaria

C’è un filo che lega Guglielmo Speranza a un’altra figura fondamentale del teatro eduardiano, Gennaro Jovine di Napoli milionaria!, scritta quasi trent’anni prima, nel 1945. Non è soltanto la vicinanza tematica a renderli comparabili (Guglielmo e Gennaro sono due uomini qualunque travolti dalla Storia), ma un rovesciamento semantico che Eduardo costruisce con la precisione di chi lavora sui nomi come su simboli. Gennaro pronuncia la sua celebre battuta, Adda passà ‘a nuttata, in un momento di prostrazione totale, davanti al corpo della figlia malata, eppure quella frase, per quanto amara, custodisce un nucleo di fiducia quasi arcaica, contadina, nella ciclicità del tempo che guarisce le ferite. La notte, ci dice Eduardo, prima o poi finirà, anche quando sembra lunghissima.

Guglielmo Speranza porta invece nel cognome stesso l’ironia più tagliente di Eduardo: un uomo che si chiama Speranza e che non desidera altro che la morte, l’unico esame a cui crede di potersi finalmente sottrarre con dignità. Se in Gennaro la speranza è un sentimento residuo che sopravvive alla catastrofe, in Guglielmo la Speranza è un’eredità onomastica svuotata, un nome di famiglia che il tempo ha reso beffardo. Tra le due opere si misura la distanza che separa l’Italia del dopoguerra, disastrata ma ancora capace di immaginare un futuro, dall’Italia degli anni ’60 e ’70, che ha attraversato il miracolo economico e ne è uscita più cinica e incattivita.

Perchè Guglielmo perde la Speranza

Il pessimismo di Gli esami non finiscono mai non nasce da un evento traumatico isolato, come la guerra in Napoli milionaria!, ma da un logoramento progressivo, quasi impercettibile, che è forse ancora più difficile da rappresentare in scena. Guglielmo non viene distrutto da una singola disgrazia: viene consumato dalla ripetizione infinita del giudizio altrui, da una società che pretende sempre nuove prove di legittimazione anche quando l’individuo ha già dato tutto ciò che poteva dare. È un tema che Eduardo aveva già toccato obliquamente in altre opere, ma che qui assume la forma di una vera e propria filosofia drammaturgica: la vita borghese del dopoguerra italiano, quella costruita sull’ossessione del posto fisso, della rispettabilità, della scalata sociale attraverso concorsi e verifiche continue, non libera l’uomo ma lo imprigiona in un tribunale permanente, senza avvocati difensori e senza possibilità di appello. La nottata di Gennaro Jovine era un’attesa collettiva, condivisa da un intero popolo in macerie che si riconosceva nella stessa sofferenza. La nottata di Guglielmo Speranza è invece solitaria.

L’ultima uscita di scena di Eduardo

Non si può leggere Gli esami non finiscono mai senza tenere conto della sua collocazione nella biografia dell’autore. È l’ultima opera che Eduardo porta personalmente in scena come attore, prima di ritirarsi dalle tavole del palcoscenico per dedicarsi quasi esclusivamente alla regia, alla televisione e alla cura filologica del proprio repertorio. Sapere questo cambia inevitabilmente la prospettiva con cui si guarda al personaggio di Guglielmo Speranza: è difficile non leggere nella sua stanchezza esistenziale, nel suo desiderio di sottrarsi finalmente al giudizio del mondo, un’eco della condizione dello stesso Eduardo, ormai settantenne, che dopo una vita passata a essere valutato (dal pubblico, dalla critica, dalla storia) sceglie di congedarsi dalla scena proprio con l’opera che mette in scena l’impossibilità di un simile congedo per il suo protagonista. C’è quindi una tensione produttiva tra l’autore e la sua creatura: Eduardo può lasciare il palcoscenico, Guglielmo no, se non attraverso la morte. Questa sovrapposizione tra il destino dell’attore e quello del personaggio conferisce all’opera una densità testamentaria che la avvicina, più che a una commedia in senso tradizionale, a una meditazione filosofica sull’ingiustizia strutturale del vivere in società, condotta con gli strumenti di un teatro che non ha mai smesso di parlare napoletano per raccontare, in realtà, l’intera nazione.

Un bilancio impossibile

Alla fine, ciò che resta allo spettatore di Gli esami non finiscono mai non è una morale consolatoria ma una domanda aperta, coerente con lo stile di un autore che non ha mai amato le soluzioni facili: se la vita è un esame perpetuo, chi ne fissa i criteri, e a chi giova mantenerlo tale? Guglielmo Speranza muore senza aver ottenuto risposta, ma la sua vicenda, attraversando cinquant’anni di storia italiana dal fascismo agli anni Settanta, restituisce con lucidità implacabile il modo in cui il potere politico, familiare, sociale si perpetua proprio attraverso la retorica del merito e della verifica continua. In questo senso l’opera dialoga ancora oggi con un paese che non ha smesso di sottoporre i propri cittadini a prove sempre rinnovate di legittimazione, e che forse, a differenza di Gennaro Jovine, ha definitivamente smarrito la certezza che la nottata, prima o poi, debba davvero passare.

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