J.R.R. Tolkien ha sempre dichiarato di detestare l’allegoria diretta. Infatti non troverete mai nelle sue lettere un’equazione del tipo “Gandalf è Gesù” o “Sauron è Satana”. Tuttavia, l’autore ha anche definito Il Signore degli Anelli “un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica”.
Questa spiritualità permea la Terra di Mezzo in modo più o meno evidentre, come ad esempio nel parallelo tra due delle figure più tormentate della letteratura e della teologia: Gollum e Giuda Iscariota.
Ho cercato di mettere insieme delle analogie tra il discepolo traditore e la miserabile creatura ossessionata dall’Anello, riassumendoli in questi quattro punti:
1. Il tradimento del “Maestro”
L’analogia più immediata risiede nella dinamica relazionale. Giuda era uno dei Dodici, un intimo di Gesù. Gollum, per un lungo tratto del viaggio verso Mordor, giura fedeltà a Frodo chiamandolo costantemente “Padrone” (Master nell’originale inglese, termine carico di significato). Ma entrambi i personaggi tradiscono questa fiducia con un atto di falsa:
- Giuda usa un bacio nel Getsemani per consegnare Gesù ai sacerdoti.
- Gollum, pur avendo momenti di vicinanza quasi affettuosa, guida il suo padrone nella tana di Shelob per farlo divorare.
2. L’attaccamento materiale come prigione
La radice del male, per entrambi, è un attaccamento morboso a un oggetto materiale che diventa la loro rovina. Per Giuda sono i 30 denari (e la gestione disonesta della cassa comune, secondo il Vangelo di Giovanni). Per Gollum è l’Unico Anello, l’oro prezioso. In entrambi i casi, l’avarizia consuma l’identità del personaggio fino a renderlo schiavo.
3. Strumenti involontari della Provvidenza
Questo è il punto teologico più affascinante. Sia nel Vangelo che ne Il Signore degli Anelli, il “male” commesso dal traditore è necessario affinché il bene trionfi.
- Senza il tradimento di Giuda, non ci sarebbe stata la Crocifissione e, di conseguenza, nessuna Resurrezione o Salvezza.
- Senza la brama di Gollum, l’Anello non sarebbe mai stato distrutto. Frodo, l’eroe, alla fine fallisce la sua prova sul Monte Fato: non riesce a gettare l’Anello. È Gollum, staccandogli il dito a morsi e cadendo nella lava, a compiere l’opera.
Tolkien ci mostra, come nella teologia cristiana, che la Provvidenza (o Eru Ilúvatar) è capace di scrivere dritto sulle righe storte, usando persino le intenzioni malvagie per un fine salvifico.
4. Il Male che sconfigge se stesso
Il Male è intrinsecamente autodistruttivo. Gollum ama l’Anello così tanto da morire pur di averlo, distruggendo l’Anello stesso nel processo. Giuda a consegnare Gesù, crede di vincere uccidendo il Figlio di Dio, ma in realtà sta innescando la propria sconfitta definitiva.
In entrambi i casi, la Provvidenza non “crea” il male dei traditori (Gollum e Giuda agiscono per libera scelta e brama), ma lo utilizza. È come un maestro di aikido che usa la forza dell’avversario per atterrarlo.
La differenza fondamentale: La Pietà
Se le somiglianze sono forti, Tolkien inserisce una differenza cruciale che rende Gollum un personaggio unico: la pietà.
Mentre Giuda è spesso ricordato con condanna (“Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”), Gollum è tenuto in vita dalla pietà di Bilbo prima e di Frodo poi. Gandalf stesso ci ricorda che Gollum ha “ancora una parte da recitare”. Tolkien ci invita a provare compassione per Smeagol, suggerendo che, a differenza di Giuda, egli è stato spezzato da una forza esterna troppo grande per lui. È un “Giuda” che avremmo voluto salvare.
