Simbolismi ne “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov

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Ci sono libri che cambiano la vita. “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov è sicuramente uno di questi. L’ho riletto diverse volte negli ultimi anni, e ogni volta vengono fuori nuovi strati di significato, come se fosse una matrioska letteraria che non smette mai di sorprendere.

Pubblicato postumo nel 1967, questo romanzo è molto più di una storia fantastica ambientata nella Mosca degli anni Trenta. È un’opera profondamente allegorica che nasconde, dietro la facciata di una narrazione surreale, una delle critiche più acute mai scritte contro il regime stalinista. E lo fa attraverso il personaggio più improbabile: il Diavolo in persona.

Woland: il Diavolo che smaschra l’ipocrisia umana

Quando ho letto per la prima volta dell’arrivo di Woland a Mosca, mi sono chiesto perché Bulgakov avesse scelto di rendere il Diavolo così… umano. E soprattutto, così giusto.

Woland (il cui nome deriva dal Faust di Goethe) non è il classico demonio tentatore che conosciamo dalla tradizione cristiana. È piuttosto un “rivelatore di verità”, uno specchio impietoso che riflette i vizi della società moscovita. Egli non crea il male poichè ne trova in abbondanza negli uomini, e si limita soltanto a portarlo alla luce.

La sua famosa frase – “Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene” – racchiude una filosofia rivoluzionaria: il male e il bene non sono opposti assoluti, ma facce della stessa medaglia. Senza l’uno, l’altro non può esistere. Il male non è altro che mancanza di bene.

Quello che mi ha sempre colpito di Woland è la sua onestà brutale. Mantiene sempre le promesse, non danneggia gli innocenti, e quando punisce lo fa con una giustizia che spesso manca nel mondo “reale” del romanzo. È più morale di molti personaggi che si professano giusti e virtuosi.

Margherita: l’amore come forza rivoluzionaria

Se Woland rappresenta la giustizia divina, Margherita incarna l’amore incondizionato.

La sua trasformazione da rispettabile signora moscovita a strega nuda che vola sulla scopa non è solo una metamorfosi fisica. È una liberazione dalle convenzioni sociali, un atto di ribellione contro un sistema, quello stalinista, che vuole ingabbiare anche i sentimenti più puri.

Quando Margherita accetta di diventare l’ospite del ballo di Woland pur di rivedere il suo Maestro, compie un gesto che va oltre l’amore romantico. Si fa carico della sofferenza altrui (come quando libera Frida dal suo tormento eterno) e diventa una figura quasi cristologica, capace di redenzione attraverso il sacrificio.

Il Maestro e l’immortalità dell’arte

Il personaggio del Maestro l’ho sempre associato allo stesso Bulgakov. Un artista perseguitato, censurato, che arriva al punto di bruciare la propria opera per disperazione.

Ma ecco che arriva la frase più bella e consolante dell’intero romanzo: “I manoscritti non bruciano”. Woland la pronuncia restituendo al Maestro il suo romanzo su Ponzio Pilato, e in quelle quattro parole c’è tutta la fede di Bulgakov nell’immortalità dell’arte.

Ho sempre trovato commovente pensare che Bulgakov, mentre scriveva queste righe, forse intuiva che la sua opera sarebbe sopravvissuta a lui e al regime che lo opprimeva. E infatti è andata proprio così.

Il romanzo nel romanzo – la storia di Ponzio Pilato e Jeshua – funziona come specchio della storia principale. Pilato, l’uomo del potere che si sottomette all’autorità pur sapendo di sbagliare, è il ritratto di tutti coloro che scelgono di “non scegliere” per paura o convenienza.

Mosca: il palcoscenico della satira sociale

La Mosca degli anni Trenta diventa, nelle mani di Bulgakov, un gigantesco teatro dell’assurdo. Ogni episodio – dalla pioggia di banconote che si trasformano in carta straccia allo spettacolo al Teatro delle Varietà – è una satira feroce della società sovietica.

I moscoviti si rivelano avidi, superficiali, pronti a tradire i propri principi per un vantaggio materiale. Il comunismo, sembra dire Bulgakov, non ha cambiato la natura umana: ha solo dato nuove forme agli stessi, vecchi vizi.

Berlioz, il presidente della MASSOLIT (parodia evidente delle associazioni letterarie sovietiche), rappresenta l’intellettuale colluso con il potere. La sua morte per decapitazione è una giustizia poetica: perde letteralmente la testa, dopo averla persa metaforicamente sottomettendosi al regime.

Il messaggio universale: bene e male come scelta personale

Quello che rende “Il Maestro e Margherita” un’opera immortale non è solo la critica al sistema sovietico, ma la sua riflessione universale sulla natura umana.

Jeshua afferma che tutti gli uomini sono buoni, ma Woland dimostra che tutti possono essere malvagi. La verità, come sempre, sta nel mezzo: siamo esseri capaci di bene e di male, e la moralità è una scelta che facciamo ogni giorno.

Ivan Bezdomny (il cui cognome significa letteralmente “senza tetto”, ma anche “senza radici”) rappresenta tutti noi lettori. Inizia come un poeta di regime, cinico e materialista, ma l’incontro con Woland e la storia del Maestro lo trasformano. È l’unico personaggio che evolve positivamente, che esce dalla propria “follia” ideologica per abbracciare una comprensione più profonda della realtà.

Perché questo libro è ancora attuale

Rileggendo “Il Maestro e Margherita” oggi, sono colpito da quanto sia ancora attuale. Viviamo in un’epoca di post-verità, di fake news, di autorità che cercano di controllare la narrazione. Ma, come ci ricorda Bulgakov, la verità ha una forza propria, inarrestabile.

I manoscritti non bruciano. Le storie sopravvivono ai loro censori e l’arte sopravvive alla tirannia.

E forse, in un mondo che spesso sembra impazzito, abbiamo bisogno del nostro personale Woland che ci mostri la verità dietro le apparenze, della nostra Margherita che ci insegni cosa significa amare davvero, del nostro Maestro che ci ricordi il valore dell’arte autentica.

Perché alla fine, come dice lo stesso Bulgakov attraverso Jeshua, “la codardia è il più terribile dei vizi”. E il coraggio di vedere la verità, di amarla e di difenderla, rimane la virtù più preziosa che possiamo coltivare.

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