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Di cosa parla, esattamente, Toy Story?

Toy Story è stato spesso rubricato, con una certa fretta classificatoria, tra i racconti edificanti sull’amicizia, sulla gelosia e sull’accettazione dell’altro. Nulla di falso, beninteso; ma, come accade nelle opere che resistono al tempo, il livello più evidente è anche il meno interessante. Sotto la superficie, infatti, si muove una questione più sottile e, per certi versi, più inquietante: che ne è del gioco quando il bambino smette di essere tale?

I giocattoli di Toy Story si presentano, a uno sguardo semiotico, come modelli ridotti di tipologie adulte. Woody è lo sceriffo, e dunque l’ordine; Buzz Lightyear è il guerriero spaziale, e dunque la missione; e così via, in una galleria di archetipi immediatamente riconoscibili. Tuttavia, a differenza dei loro corrispettivi nel mondo “serio”, questi personaggi esercitano la propria funzione in un universo in cui la produttività è abolita. Il loro lavoro (e qui sta il paradosso) è il gioco.

Ora, il gioco, come ci ha insegnato Huizinga, non è un’attività marginale, bensì una struttura fondamentale della cultura. Ma ciò che Toy Story mette in scena è il rischio della sua scomparsa. Quando Andy cresce, non si limita ad abbandonare degli oggetti: egli si separa da un sistema simbolico. I giocattoli, in questo senso, non temono tanto la polvere quanto l’insignificanza. Senza il bambino che gioca, essi cessano di essere ciò che sono, poiché il loro statuto ontologico dipende da un atto immaginativo.

Toy Story 3, in particolare, assume i contorni di una piccola apocalisse domestica. L’infanzia non finisce con un trauma, ma con una dimenticanza progressiva, e proprio per questo più radicale. Andy non distrugge i suoi giocattoli: semplicemente non li usa più. Ed è qui che il film suggerisce, con una discrezione quasi pedagogica, che il vero passaggio all’età adulta comporta una perdita o, se si preferisce, una trasformazione della capacità ludica.

Ma Toy Story non si limita a registrare questa perdita; ne propone anche una soluzione simbolica. Il gesto finale di Andy, che affida i suoi giocattoli a Bonnie, non è soltanto un atto di generosità, bensì una forma di trasmissione culturale. Come un copista medievale che salva un manoscritto dall’oblio, egli garantisce la sopravvivenza del gioco trasferendolo ad un altro soggetto. In tal modo, il gioco non scompare, ma si sposta, si rinnova, si perpetua.

Resta però una domanda, che il film lascia volutamente in sospeso: l’adulto può continuare a giocare? O è condannato a delegare questa funzione ai bambini, limitandosi a custodirne il ricordo? Toy Story sembra suggerire, con una certa malinconia, che la vera maturità non consiste nell’abbandonare il gioco, ma nel riconoscerne la necessità, anche quando non lo si pratica più direttamente.

In fondo, quei giocattoli che prendono così sul serio il proprio “lavoro” ludico non fanno altro che ricordarci una verità elementare: ciò che chiamiamo gioco è forse una delle poche attività umane che non richiede giustificazioni esterne. E proprio per questo, paradossalmente, è una delle più serie.

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