Umberto Eco è uno di quegli scrittori che intimidiscono prima ancora di essere aperti. Il nome porta con sé un peso specifico insolito: semiologo di fama internazionale, medievalista, filosofo del linguaggio, romanziere tra i più tradotti al mondo, polemista instancabile sulle pagine de l’Espresso per quasi trent’anni. Chi arriva ai suoi libri senza averlo mai letto tende a proiettare su di essi un’aura di inaccessibilità che, nella maggior parte dei casi, non corrisponde all’esperienza effettiva della lettura.
La verità è che Eco è uno scrittore straordinariamente capace di far sentire il lettore intelligente, e questa è una dote rarissima nella letteratura italiana del Novecento. Non semplifica, non condisce il ragionamento con effetti speciali retorici, ma accompagna. Ogni suo libro, anche il più denso, ha una generosità di fondo: l’autore vuole davvero che il lettore arrivi dall’altra parte.
Il problema, semmai, è scegliere da dove entrare. La sua produzione spazia dai romanzi storici ai trattati semiotici, dai saggi sui fumetti e la cultura di massa alle riflessioni sulla comunicazione nell’era di internet. Non tutti i punti d’ingresso sono equivalenti, e la scelta dipende, in buona parte, da cosa si cerca.
Prima di tutto, chi era Eco
Capire chi era Umberto Eco aiuta a leggere meglio quello che ha scritto. Nato ad Alessandria nel 1932, si laureò a Torino con una tesi su Tommaso d’Aquino, lavoro che poi confluì nel suo primo libro accademico. Lavorò per anni in RAI, poi alla casa editrice Bompiani, poi all’Università di Bologna, dove fondò il DAMS e insegnò semiotica per decenni.
Questa biografia non è un dettaglio secondario. Eco era un intellettuale che si era formato nell’estetica medievale e nella cultura popolare quasi simultaneamente, e questa doppia radice è visibile in tutto ciò che ha scritto. Nel suo mondo, Aristotele e Tex Willer abitano lo stesso piano, e non c’è nulla di ironico in questo: entrambi sono oggetti culturali che meritano analisi seria. È una postura intellettuale che in Italia era inusuale, e che spiega perché il pubblico lo ha amato mentre l’accademia talvolta lo ha guardato con diffidenza.
Il Nome della Rosa: il punto d’accesso classico

Pubblicato nel 1980, Il Nome della Rosa è il libro con cui Eco raggiunse il grande pubblico mondiale. Fu un fenomeno editoriale che nessuno aveva previsto, nemmeno l’autore: un romanzo medievale di quasi seicento pagine, denso di teologia, eresia, filosofia e latino, che divenne un bestseller internazionale. La traduzione inglese uscì nel 1983 e da lì il libro non si è più fermato.
La storia è quella di Guglielmo da Baskerville, frate francescano inglese dall’intelletto acutissimo, che arriva con il novizio Adso in un’abbazia benedettina del Piemonte del XIV secolo per partecipare a una disputa teologica, e si trova invece a investigare una serie di morti misteriose. Il meccanismo narrativo è quello del giallo, il setting quello della storia medievale, ma sotto questo doppio strato visibile si muove qualcosa di più sottile: una riflessione sul linguaggio, sull’interpretazione, sulla natura del potere culturale e su cosa succede quando il sapere viene custodito invece di essere trasmesso.
Il libro ha due nature, ed è questa caratteristica a renderlo straordinario. Si può leggerlo come romanzo d’avventura medievale con un’indagine serrata, e uscirne soddisfatti. Si può leggerlo come saggio mascherato sul rapporto tra verità e interpretazione, e uscirne con domande che durano settimane. Eco sapeva costruire questa doppiezza con precisione: nulla nel testo è accidentale, eppure il meccanismo non si sente. Per chi si avvicina per la prima volta alla sua produzione, è quasi certamente il punto di partenza migliore.
Una piccola avvertenza: i primi cinquanta-settanta pagine sono più lente di quanto ci si aspetti. Eco lo sapeva e lo aveva scritto esplicitamente nelle note a margine del testo: quella lentezza iniziale è intenzionale, serve a costruire il ritmo e a stabilire le coordinate del mondo narrativo. Chi supera quella soglia entra in un libro che non lascia più.
Il Pendolo di Foucault: il passo successivo

Il secondo romanzo, pubblicato nel 1988, è una cosa diversa. Più lungo, più denso, più disposto a mettere alla prova la pazienza del lettore. Tre redattori editoriali di Milano che lavorano per un piccolo editore d’occultismo decidono, per gioco intellettuale e noia professionale, di costruire una teoria del complotto universale che colleghi i Templari, i Rosacroce, i Nazisti e tutte le società segrete della storia in un unico piano orchestrato da secoli. Il gioco, però, sfugge di mano: qualcuno prende la loro costruzione sul serio, e le conseguenze diventano concrete e pericolose.
Il Pendolo di Foucault è un libro sull’interpretazione come delirio. Eco dimostra, con una sistematicità quasi crudele, come qualsiasi evento, persona o data possa essere inserito in uno schema coerente se ci si impegna abbastanza. Il pensiero cospirazionista non viene semplicemente deriso: viene analizzato dall’interno, e questa operazione ha qualcosa di perturbante perché mostra quanto facilmente la mente umana accetti connessioni arbitrarie se presentate con la giusta forma retorica.
Scritto quasi quarant’anni fa, il libro ha un’attualità che disorienta. Eco aveva visto qualcosa, e lo aveva descritto con una precisione che oggi appare quasi profetica. Non è un libro facile come Il Nome della Rosa, ma è forse quello più necessario tra i suoi romanzi. Per affrontarlo, è utile avere già una certa familiarità con il tono della scrittura di Eco, motivo per cui conviene lasciarlo al secondo posto nel percorso.
I saggi: la porta secondaria
Chi preferisce avvicinarsi a Eco dal lato del saggista ha a disposizione una produzione enorme, ma non tutta ugualmente accessibile al lettore non specializzato. Tra i testi più praticabili c’è Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), una raccolta di sei conferenze tenute ad Harvard nell’ambito delle Norton Lectures, la stessa serie che aveva ospitato Calvino un decennio prima. È un libro sottile e straordinariamente leggibile che parla di come funzionano le storie: cos’è l’autore implicito, come il testo gestisce il tempo, cosa significa interpretare un’opera. Leggerlo è utile non solo per capire Eco, ma per capire meglio qualsiasi romanzo che si stia leggendo.

Apocalittici e integrati (1964) è il saggio con cui Eco si impose come critico della cultura di massa. Il titolo riassume la polarizzazione che l’autore intende superare: da un lato chi vede nella cultura popolare (fumetti, televisione, musica leggera) la fine della civiltà e l’abbrutimento delle masse, dall’altro chi la difende acriticamente come espressione democratica e vitale. Eco dimostra che la domanda stessa è mal posta, e che un’analisi seria richiede strumenti diversi da quelli che entrambi i fronti portano in campo. È un libro degli anni Sessanta, ma il dibattito che descrive non si è mai chiuso.
Per i lettori più giovani o per chi si è mai chiesto come si costruisce un testo argomentativo, vale la pena citare Come si scrive una tesi di laurea (1977), che non è esattamente un saggio critico ma è uno dei libri italiani più venduti di sempre. È un manuale pratico sulla ricerca e la scrittura, scritto con ironia e precisione. Ha un’utilità concreta che va ben al di là della tesi universitaria: chiunque abbia mai dovuto organizzare informazioni e costruire un testo coerente può trarne qualcosa.
Gli altri romanzi: cosa trovare e in quale ordine
Dopo Il Nome della Rosa e Il Pendolo di Foucault, il percorso si fa più libero. Baudolino (2000) è probabilmente il più giocoso tra i suoi romanzi: ambientato nell’epoca del Barbarossa e della Terza Crociata, racconta le avventure di un bugiardo di talento che si trova a testimoniare, e spesso a inventare, alcuni degli eventi chiave del XII secolo. Il rapporto tra verità e finzione, che è un tema ricorrente in Eco, qui viene affrontato con un umorismo che contrasta con la gravità di altri suoi libri. È un romanzo che si legge con più leggerezza degli altri, pur essendo storicamente solidissimo.
L’Isola del Giorno Prima (1994) è il romanzo meno conosciuto e forse il più sperimentale. Ambientato nel Seicento, ruota attorno all’ossessione di un nobiluomo per il meridiano del fuso antimeridiano, quella linea immaginaria che divide un giorno dal successivo. Il tempo è al contempo tema, problema narrativo e strumento stilistico. Non è il libro giusto per iniziare, ma per chi ha già letto gli altri è un’opera affascinante, lenta e deliberatamente barocca.

Il cimitero di Praga (2010) e Numero Zero (2015) appartengono alla fase finale della sua produzione e sono entrambi libri politici nel senso più diretto: il primo racconta la genesi dei Protocolli dei Savi di Sion, il falso documentario che alimentò l’antisemitismo europeo per decenni; il secondo è un romanzo breve sull’informazione, la manipolazione e il giornalismo che fabbrica la realtà. Sono libri più asciutti rispetto ai precedenti, quasi trattatistici nella loro costruzione, e si leggono in modo diverso.
Cosa aspettarsi dalla lettura di Eco
C’è una difficoltà reale nei libri di Eco, ma non è quella che si teme. Non è difficoltà di comprensione nel senso stretto: il racconto si segue, i personaggi si distinguono, la trama ha un filo. La difficoltà è di densità: i libri sono pieni di riferimenti a filosofi, teologi, eretici, simboli e testi che non tutti i lettori conoscono, e Eco non si preoccupa di spiegarli. Li cita, li usa, li lascia cadere nel testo come se facessero parte del paesaggio normale.
La risposta più onesta a questo è che non serve capire tutto. Si può leggere Il Nome della Rosa senza conoscere la disputa francescana sulla povertà apostolica e godere ugualmente del romanzo. Si può leggere Il Pendolo di Foucault senza saper chi erano i Rosacroce e seguire ugualmente il delirio narrativo. Eco costruisce i suoi libri in modo che la densità del riferimento aumenti il piacere per chi lo riconosce, senza escludere chi non lo riconosce. È un’architettura generosa, e va apprezzata come tale.
L’altro consiglio è quello di non affrettare. Eco non si legge bene in metropolitana o tra una cosa e l’altra. I suoi romanzi, i migliori almeno, chiedono un po’ di raccoglimento, la stessa disposizione che si porta a un film che sa di essere complesso. Non è una questione di cultura o di preparazione: è solo una questione di ritmo.
Dove non iniziare
La misteriosa fiamma della Regina Loana (2004) è il romanzo più autobiografico di Eco, un libro sulla memoria, sull’identità e sulla cultura popolare italiana del Novecento. È bellissimo per chi conosce già il suo universo e può riconoscere i riferimenti, ma presuppone una familiarità con la cultura italiana del primo dopoguerra difficile da avere senza averla vissuta o studiata. Un lettore che si avvicina a Eco per la prima volta rischia di sentirsi escluso da un’intimità che non riesce ancora a condividere.
I grandi trattati semiotici, su tutti il Trattato di semiotica generale (1975) e La struttura assente (1968), sono per lettori che vogliono capire Eco come teorico, non come narratore. Sono libri accademici nel senso più preciso del termine, e hanno bisogno di essere letti in quel contesto, con la pazienza e gli strumenti giusti. Iniziare da lì equivale a voler capire Bergman partendo dall’analisi delle sceneggiature originali in svedese.
Eco è morto nel febbraio del 2016, lasciando una biblioteca di quarantamila volumi nel suo appartamento milanese e una produzione intellettuale che nessun singolo articolo potrebbe riassumere. Quel che rimane, al di là del catalogo, è qualcosa di più difficile da catalogare: la dimostrazione che in Italia, nel secondo Novecento, era possibile essere insieme rigorosi e leggibili, specialisti e generali, accademici e narratori. Non è una combinazione frequente. Per questo, una volta che si entra nel suo mondo, è difficile uscirne del tutto.
