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La missione Artemis 2 ci spiega a cosa serve la letteratura

Nella notte tra l’1 e il 2 aprile 2026, dal Kennedy Space Center in Florida, sono partiti quattro astronauti a bordo della capsula Orion. Direzione: orbita lunare. Per la prima volta dopo più di cinquant’anni, degli esseri umani si stanno allontanando davvero dalla Terra.

Nello stesso periodo, gli Stati Uniti hanno condotto operazioni militari dirette contro l’Iran. Il Golfo Persico è rimasto chiuso. Il ministro degli Esteri dell’Oman ha dichiarato che Washington sembrava aver perso il controllo della propria politica estera.

Per comprendere questo paradosso, il cuore pulsante della nostra riflessione deve necessariamente spostarsi verso uno degli episodi più celebri della letteratura mondiale: il viaggio di Astolfo sulla Luna nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Astolfo è un personaggio singolare, un duca d’Inghilterra che vive circondato dal meraviglioso ma agisce sempre per fini di pratica utilità. Quando entra in possesso dell’Ippogrifo, il destriero alato nato dall’incrocio tra una giumenta e un grifone, non lo fa per vanità, ma per compiere una missione divina.

Dopo aver attraversato l’Africa e scacciato le Arpie col suono del suo corno magico, Astolfo giunge sulla cima del Paradiso Terrestre. Qui viene accolto da San Giovanni Evangelista, che gli rivela la necessità di recuperare il senno di Orlando, punito da Dio con la follia per aver trascurato i suoi doveri a causa dell’amore per Angelica. Per il tragitto finale verso il satellite, i due non usano l’Ippogrifo ma il carro fiammeggiante di Elia, trainato da destrieri rossi come il fuoco. È qui che Ariosto compie il suo capolavoro immaginifico, trasformando la Luna in un “mondo alla rovescia” dove tutto ciò che si perde sulla Terra trova finalmente dimora.

La Luna, il posto delle cose perdute

La Luna appare ad Astolfo come un mondo vasto quanto il nostro, ma plasmato di una materia simile all’acciaio. Italo Calvino notava come in questo luogo ogni prospettiva appaia invertita, poiché è proprio dalla Luna che la Terra sembra un mondo piccolo e privo di luce. Il centro di questo satellite è un vallone racchiuso tra due montagne, la Valle delle Cose Perdute, dove si raccoglie tutto ciò che svanisce per colpa del tempo, della fortuna o del difetto umano.

In questo deposito allegorico, i concetti astratti assumono una consistenza materiale quasi grottesca. I regni e le corone antiche appaiono come montagne di tumide vesciche gonfie di grida. Le adulazioni dei cortigiani hanno la forma di cicale scoppiate, mentre gli amori sfortunati diventano nodi d’oro e ceppi gemmati. Persino il tempo perso viene rappresentato come una gran massa di minestre versate. Sulla Luna si trova tutto, dalla fama alle lacrime degli amanti, tranne la pazzia. Quella resta tutta sulla Terra e non se ne parte mai.

La sostanza più abbondante in questa valle è il senno degli uomini, che Ariosto descrive come un liquor sottile e molle conservato in innumerevoli ampolle di vetro. Ogni ampolla porta un’etichetta con il nome del proprietario. Astolfo individua quella più grande, su cui è scritto Senno d’Orlando, e trova persino una parte della propria ragione perduta in passato, decidendo di inalarla immediatamente per tornare saggio.

Riducendo la ragione, solitamente considerata un attributo spirituale, a una merce conservata in scaffali, il poeta sottolinea la fragilità dell’intelletto umano. Questa immagine ci riporta direttamente alla missione Artemis 2 e ai conflitti odierni. Mentre gli Stati Uniti progettano il ritorno sul suolo lunare, la Terra continua a bruciare nei “furori” di Orlando. La pazzia del paladino, che Calvino interpreta come una perdita totale dell’identità e un naufragio nel caos della natura bruta, ricalca fedelmente la logica spietata dei bombardamenti attuali, dove la distruzione sembra aver preso il sopravvento su ogni disegno razionale.

L’archibugio e la post-verità

Ariosto aveva intuito anche la tragedia della guerra tecnologica, scagliandosi contro l’archibugio definito come un abominoso ordigno di origine diabolica. Per il poeta, quest’arma scardina i valori della cavalleria perché permette al malvagio di essere superiore al buono, uccidendo da lontano senza merito alcuno. È un parallelismo inquietante con i droni e i missili intelligenti che oggi sorvolano Gaza o l’Iran, gestiti dalle stesse potenze che sognano lo spazio.

Persino la figura di Orlando, che inizialmente nega l’evidenza del tradimento di Angelica cercando “verità alternative” per non soffrire, anticipa i meccanismi della post-verità moderna. Le dinamiche che portano il paladino a sradicare querce come fossero finocchi ricordano l’azione di certi leader contemporanei, come Donald Trump, descritti spesso come sradicatori di sistemi e istituzioni, capaci di sovvertire la percezione tradizionale della realtà con una forza caotica e iperbolica.

A cosa serve, dunque, la letteratura

La letteratura serve esattamente a compiere il viaggio di Astolfo. Ci invita a salire sul carro di Elia per osservare le follie umane dalla distanza giusta per poterle guardarle nella loro totalità. Calvino suggeriva che la pazzia di Orlando potesse essere una forma di conoscenza superiore, come la carta dell’Appeso nei tarocchi che, guardando il mondo a testa in giù, comprende finalmente che tutto è chiaro se letto all’incontrario.

La letteratura serve a non restare fermi davanti ai fatti senza riuscire a leggerli. Serve ad avere un vocabolario per descrivere quello che succede, un vocabolario più ricco e più preciso di quello che i giornali e i social ci mettono a disposizione. Serve a scoprire che certi problemi li hanno già affrontati altri, in altri secoli, con altri strumenti, e che le soluzioni che hanno trovato, o i fallimenti in cui sono incappati, ci riguardano ancora.

Il senno di Orlando è sulla Luna da cinquecento anni. Qualcuno continua ad andarlo a cercare. La letteratura è la mappa che ci dice dove guardare.

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