Quando guardiamo alle origini della fantascienza tendiamo a fare una sorta di appiattimento storico che ci porta a vedere in Jules Verne l’unico anticipatore del progresso moderno. Questo ci permette di tracciare una linea retta dal Nautilus allo Space X celebrando il trionfo della tecnica. Eppure, leggendo il manifesto di Maurice Renard del 1909 sul “merveilleux-scientifique”, si ha la sensazione di trovarsi davanti al bivio che ha definito tutto ciò che troviamo interessante oggi nella speculazione narrativa.
Renard non voleva essere Verne. Al contrario, il suo bisogno di teorizzare un nuovo genere nasceva proprio dall’esigenza di distanziarsi da quella visione positivista e rassicurante. Se Verne estendeva il possibile, portando la tecnologia nota alle sue conseguenze logiche (il sottomarino, il viaggio sulla Luna), Renard chiedeva qualcosa di diverso: voleva “lanciare la scienza nell’ignoto”. Non si trattava più di immaginare macchine che avremmo costruito cinquant’anni dopo, ma di usare il metodo scientifico per indagare l’impossibile, l’invisibile, l’alterità radicale che sfugge alla comprensione umana.

È affascinante notare come questa pulsione verso l’ignoto fosse già presente in un sottobosco letterario francese che la storia ha in parte rimosso. Penso ai Xipéhuz di J.-H. Rosny aîné, creature inorganiche e incomprensibili che sterminano l’umanità preistorica senza che ci sia alcuna possibilità di dialogo. Lì non c’è l’avventura coloniale verneiana, dove l’uomo bianco arriva, misura, cataloga e vince. C’è l’orrore cosmico ante litteram, lo stesso che decenni dopo avremmo attribuito a Lovecraft o, in tempi più recenti, a certa fantascienza videoludica che fa dell’incomunicabilità il suo perno.
C’è una certa lucidità crudele nel modo in cui Renard e i suoi precursori (da Villiers de L’Isle-Adam con la sua Eva futura a Maupassant con Le Horla) trattavano il progresso. La scienza non era lo strumento per dominare il mondo, ma la lente attraverso cui scoprire che il mondo non ci appartiene affatto. Le invasioni non erano guerre tra nazioni proiettate nel futuro – come nelle opere nazionaliste del Capitano Danrit – ma scontri ontologici.

Rileggere queste origini oggi lascia un retrogusto amaro. La definizione di “merveilleux-scientifique” è stata spazzata via dalla science fiction anglosassone nel dopoguerra, riducendo una complessa indagine filosofica a un problema di ingegneria o di space opera. Eppure, quella tensione irrisolta tra il reale e la sua distorsione scientifica è esattamente ciò che cerchiamo quando chiediamo a un’opera di non limitarsi a intrattenerci. Verne ha vinto la battaglia della popolarità, costruendo l’immaginario del futuro come lo volevamo; ma Renard aveva capito, con inquietante anticipo, che il vero fascino non sta nel capire come funziona una macchina, ma nel terrore di scoprire cosa c’è oltre il fascio di luce dei suoi fari.
