Individualismo e rapporto con la natura in Thoreau

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Se c’è un’immagine di Henry David Thoreau che ho sempre fatto fatica a mandare giù, è quella dell’eremita misantropo. L’idea che abbia costruito la sua capanna a Walden perché non sopportava il prossimo e volesse passare il resto dei suoi giorni a chiacchierare con gli scoiattoli, ignorando bellamente la società. È una lettura comoda, ma che regge poco alla prova dei fatti.

La realtà, come spesso accade, è più sfumata. Thoreau non andò nei boschi per fuggire dal mondo, ma per capire come abitarlo senza esserne schiacciato. La sua capanna distava meno di tre chilometri dal centro di Concord. Andava in paese quasi ogni giorno, riceveva visite, cenava a casa dei genitori. Il suo non era un isolamento fisico assoluto, ma un esperimento di sottrazione selettiva. Voleva vedere cosa restava di un individuo quando gli si toglievano di dosso tutti i rumori di fondo: le convenzioni sociali, l’ansia da prestazione economica, l’obbligo di apparire costantemente produttivi.

Ed è qui che entra in gioco la natura, non come sfondo pittoresco o cartolina romantica, ma come l’unico interlocutore veramente onesto rimasto.

Per Thoreau, la natura non era uno specchio in cui proiettare il proprio ego, come tendevano a fare alcuni suoi contemporanei. Era una realtà oggettiva, a tratti indifferente, che non ti lusinga, non ti giudica moralmente e non ti chiede di comprare nulla. Ti mette semplicemente di fronte ai fatti.

Un passaggio che mi ha sempre colpito, a questo proposito, è quello dedicato al campo di fagioli in Walden. A prima vista sembra un noioso trattato di agricoltura dilettantistica. In realtà, è il momento in cui Thoreau si rende conto di essere impegnato in una guerra quotidiana contro le erbacce, ma allo stesso tempo inizia a chiedersi chi stia davvero coltivando chi. È un dialogo fisico con la terra che lo costringe a ridefinire il suo posto nel mondo. Non si sente il padrone della natura, ma un partecipante, a volte anche un po’ impacciato, di un sistema molto più grande di lui.

Questo tipo di rapporto con il mondo esterno genera una forma di individualismo molto diversa da quella a cui siamo abituati oggi.

Oggi abbiamo un’idea di individualismo che rischia di diventare una semplice forma di consumo. Pensiamo che affermare la nostra unicità significhi personalizzare il nostro feed, scegliere il brand che più ci rappresenta o ostentare una nicchia di interessi precisa. È un individualismo che, paradossalmente, ha ancora un disperato bisogno dello sguardo degli altri per essere validato.

L’individualismo di Thoreau era molto più scomodo, perché si basava sulla sottrazione, non sull’accumulo. Era la capacità di stare da soli con i propri pensieri senza sentire l’urgenza di condividerli immediatamente per ottenere un riscontro. La natura era il banco di prova di questa capacità. Se riesci a stare seduto davanti a un lago per un’ora intera, osservando il vento che increspa l’acqua, senza sentire il bisogno di raccontare a qualcuno che sei seduto davanti a un lago, forse stai iniziando a capire cosa intendesse con “vivere con saggezza”.

Non si tratta, ovviamente, di idealizzare la vita nei boschi o di suggerire a tutti di abbandonare la città per costruirsi una baita. Thoreau stesso, dopo due anni, tornò a Concord e riprese a fare l’agrimensore e il conferenziere. L’esperimento di Walden era un mezzo, non un fine.

Resta però il valore di quel metodo. In un contesto che ci spinge costantemente a performare, a reagire e a riempire ogni secondo di stimoli, ritagliarsi uno spazio di silenzio non è un atto di pigrizia. È l’unico modo per verificare se le opinioni che abbiamo, le scelte che facciamo e i desideri che coltiviamo sono davvero nostri, o se sono solo l’eco di ciò che ci aspettiamo di pensare.

A pensarci bene, è una verifica che potremmo provare a fare anche senza allontanarci troppo da casa.

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