Il mostro che non vuole essere governato
C’è una figura che attraversa la letteratura occidentale come un sisma tellurico, un’ombra enorme che si proietta dalle caverne dell’Egeo fino alle valli nebbiose della Terra di Mezzo: il gigante. Non il gigante come semplice ostacolo narrativo, non il “livello finale” di un racconto d’avventura. Parlo del gigante come figura politica, o meglio, come figura anti-politica. L’essere che esiste prima della legge, fuori dalla legge, contro la legge. L’anarchico primordiale.
Da Polifemo, il Ciclope che Omero ci consegna nel IX libro dell’Odissea, ai troll di pietra che Tolkien fa rotolare tra le pagine dello Hobbit e del Signore degli Anelli, corre un filo sotterraneo che merita di essere portato alla luce. Un filo che parla di libertà selvaggia, di rifiuto dell’ordine costituito, di un’esistenza che precede e contesta ogni polis.
Polifemo: l’anarchico della grotta
Rileggiamo Omero con occhi nuovi. Quando Ulisse approda alla terra dei Ciclopi, il narratore non si limita a descrivere un paesaggio. Delinea un manifesto politico per sottrazione:
«Non hanno assemblee, né leggi, ma abitano le cime degli alti monti in caverne profonde, e ognuno governa sui figli e le mogli, senza curarsi degli altri.»
Ecco la definizione omerica dell’anarchia, nel senso etimologico più puro: an-arché, assenza di principio ordinatore, di comando, di struttura gerarchica. I Ciclopi non hanno agorà, non hanno nomos, non hanno agricoltura, non arano, non seminano, non addomesticano. Vivono di ciò che la terra offre spontaneamente. Sono, in termini moderni, raccoglitori in un mondo che ha già scelto la coltivazione, la stanzialità, la legge scritta.
Polifemo, in particolare, è la radicalizzazione di questa condizione. È solo. Non partecipa nemmeno alla già lasca comunità ciclopica. Vive nella sua grotta, con le sue pecore, il suo formaggio, la sua violenza. Quando Ulisse gli offre il vino e gli chiede ospitalità invocando Zeus Xenios, il dio che garantisce il patto sacro tra ospite e ospitante, Polifemo risponde con la frase più anarchica di tutta la letteratura greca:
«Noi Ciclopi non ci curiamo di Zeus Egioco né degli dèi beati, perché siamo molto più forti di loro.»
Non è semplice empietà. È il rifiuto di un intero ordine cosmico. Polifemo non riconosce alcuna autorità trascendente, alcun patto sociale, alcuna norma che non sia la propria fame e la propria forza. È lo stato di natura hobbesiano, ma senza il Leviatano che viene a domarlo. È Calibano prima di Prospero. È l’essere che dice: non ho bisogno del vostro mondo, delle vostre regole, dei vostri dèi.
E Ulisse, l’uomo della metis, dell’astuzia civilizzatrice, può vincere solo con l’inganno, con il nome falso (“Nessuno”), con la tecnologia (il palo di ulivo appuntito). La civiltà trionfa sull’anarchia non per superiorità morale, ma per superiorità strategica. E il trionfo ha un prezzo: la hybris di Ulisse, che rivela il proprio nome, costa ai compagni anni di peregrinazioni. Come a dire: chi domina l’anarchico con l’inganno non ne esce pulito.
I Troll di Tolkien: il caos al servizio dell’ordine (o forse no)
Facciamo un salto di quasi tremila anni. Nella Contea di Bilbo Baggins, nel mondo ordinato e burocratico degli Hobbit, l’irruzione dei troll Tom, Berto e Guglielmo nello Hobbit ha la stessa funzione narrativa dell’arrivo di Ulisse nella grotta di Polifemo: è l’incontro con un’alterità radicale che mette in crisi l’ordine del protagonista.
Ma i troll tolkieniani sono più complessi di quanto la superficie comica suggerisca. Sono stupidi, sì. Avidi, volgari, litigiosi. Eppure possiedono una qualità che li rende profondamente anarchici nel senso più letterale: non hanno un posto nel mondo. Sono creature del crepuscolo, della soglia, dell’interregno. Non sono malvagi come Morgoth o Sauron, sono caotici. E il caos, in Tolkien, è sempre più inquietante della tirannia, perché la tirannia almeno ha una forma, una logica, una struttura. Il caos no.
I tre troll dello Hobbit non servono nessuno. Non hanno un padrone, un progetto, un fine. Litigano tra loro su come cucinare i nani. Sono, in miniatura, una comunità senza legge, un’assemblea che non riesce a deliberare. Polifemo moltiplicato per tre e degradato alla farsa.
Ma è nel Signore degli Anelli che il gigante anarchico assume la sua forma più cupa. Il troll delle caverne che irrompe nella Camera di Mazarbul a Moria, il troll di montagna che abbatte il cancello del Cancello Nero: questi sono giganti strumentalizzati. Sauron li usa, li incatena alla sua macchina bellica. Eppure anche qui, Tolkien lascia un margine di ambiguità. I troll non vogliono servire. Servono perché sono stati resi stupidi, perché la loro natura caotica è stata piegata dalla volontà di un altro. C’è, in filigrana, la tragedia di ogni anarchia che viene cooptata dal potere: la libertà selvaggia trasformata in forza lavoro, in arma, in ingranaggio.
E poi ci sono i giganti di pietra dello Hobbit, quelli che giocano a lanciarsi massi tra i monti durante il temporale. Non sono nemici. Non sono alleati. Sono indifferenti. Rappresentano una dimensione dell’essere che semplicemente non riguarda gli Hobbit, i Nani, gli Uomini. Un’alterità così radicale da non essere nemmeno ostile. Come i Ciclopi rispetto ai Greci: non sono cattivi, sono altrove.
L’Ent: il gigante che sceglie
C’è un’eccezione fondamentale in Tolkien, ed è l’Ent. Barbalbero e il suo popolo sono giganti, sì ma giganti che hanno fatto una scelta diversa da quella di Polifemo. Hanno scelto la cura, la memoria, la lentezza. Hanno scelto di essere custodi anziché predatori.
Eppure, quando gli Ent marciano su Isengard, quando la loro pazienza millenaria esplode in una furia geologica che sbriciola la diga e divelle gli alberi come fuscelli, ritroviamo il gigante anarchico in tutta la sua potenza. L’Ent che si ribella è Polifemo che scaglia il masso contro la nave di Ulisse: la natura che rifiuta di essere amministrata, catalogata, trasformata in risorsa. Saruman ha fatto agli Ent ciò che la civiltà fa sempre al selvaggio: lo ha dato per scontato, lo ha considerato irrilevante, lo ha ignorato. E il selvaggio, alla fine, si muove.
La differenza è che l’Ent ha un linguaggio, una memoria, una comunità. Non è l’anarchia solitaria di Polifemo. È un’anarchia collettiva, una rivolta che nasce dalla pazienza condivisa. Ed è, forse, l’immagine più potente che Tolkien ci consegna: l’ordine non viene rovesciato dal caos puro, ma da una lentezza che ha finalmente deciso di essere furiosa.
Il filo rosso: l’anarchia come condizione ontologica
Cosa unisce, allora, Polifemo e i troll, i Ciclopi e i giganti di pietra, l’Ent e il Ciclope?
La risposta è in una domanda: cosa esiste prima della legge?
Omero e Tolkien, a distanza di millenni, pongono la stessa questione. Prima della polis, prima della Contea, prima di ogni contratto sociale, c’è un essere che non ha nome, non ha ruolo, non ha posto. Un essere che non chiede permesso. Che mangia quando ha fame, dorme quando ha sonno, uccide quando è minacciato. Che non riconosce Zeus, né Eru Ilúvatar, né alcuna autorità che non sia la propria presenza nel mondo.
Questo essere è il gigante. Ed è anarchico non perché abbia letto Bakunin o Proudhon, ma perché la sua stessa esistenza è un rifiuto dell’ordine. Non ha bisogno di teorizzare l’assenza di gerarchia: la vive. La grotta di Polifemo non ha porte, non ha soglie, non ha leggi di ospitalità. La landa dei troll non ha confini, non ha proprietà, non ha tribunali. Sono spazi prima dello spazio politico.
E l’eroe — Ulisse, Bilbo, Frodo — è sempre colui che attraversa quello spazio. Che entra nella grotta, che incontra il troll, che si confronta con l’assenza di legge. E ne esce trasformato. Ulisse perde compagni e anni. Bilbo perde la rispettabilità e guadagna un’anima. Frodo perde la possibilità di tornare davvero a casa.
Perché ci serve ancora il gigante
In un’epoca in cui ogni spazio è mappato, ogni comportamento normato, ogni esistenza catalogata in database e algoritmi, il gigante anarchico conserva una funzione simbolica insostituibile. Ci ricorda che esiste — o è esistito, o potrebbe esistere — un modo di essere che non è amministrabile. Che non entra nel foglio di calcolo. Che non risponde al censimento.
Polifemo dice: non mi curò dei vostri dèi. Il troll dello Hobbit dice: non mi importa delle vostre regole. Il gigante di pietra dice: non vi vedo nemmeno. E l’Ent, alla fine, dice: vi ho sopportato abbastanza.
Sono voci diverse della stessa anarchia ontologica. Della stessa irriducibilità del vivente alla forma. Della stessa, gigantesca, ostinata libertà di esistere senza permesso.
E forse, in fondo, è per questo che li temiamo e li amiamo in egual misura. Perché in ogni gigante che scaglia un masso nel buio, in ogni Ciclope che ride degli dèi, in ogni troll che litiga su come cucinare un nano, c’è una parte di noi che non ha mai accettato di essere governata. Che non ha mai firmato il contratto sociale. Che vive ancora nella grotta, al buio, con le proprie pecore e la propria fame.
Libera. Mostruosa. Anarchica.
Letture consigliate per approfondire:
- Omero, Odissea, Libro IX (qualsiasi traduzione, ma consiglio quella di Rosa Calzecchi Onesti per Einaudi)
- J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit, capp. II e III; Il Signore degli Anelli, Libro III, cap. 4 (“Barbalbero”) e Libro V, cap. 5 (“La cavalcata dei Rohirrim”)
- J.R.R. Tolkien, Sulle Fiabe (On Fairy-Stories), per la teoria tolkienana del “sub-creatore”
- Adriana Cavarero, Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme, Feltrinelli, 2007 (per una lettura politica della figura di Polifemo)
- Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, per il legame tra anarchismo e pensiero ecologico (utile per la lettura degli Ent)
