Ogni epoca ha il suo Ulisse: da Dante a Voltaire, fino a Christopher Nolan

Dal 16 luglio 2026, la sala cinematografica restituisce ancora una volta il volto di Ulisse, questa volta quello di Matt Damon nell’attesissima Odissea di Christopher Nolan. È un’occasione buona per fermarsi a osservare qualcosa che la cultura occidentale non fa che ripetere da quasi tremila anni: ogni epoca che ha incontrato Omero ha sentito il bisogno di rifare Ulisse a propria immagine, di piegare quell’uomo dai mille volti alle proprie paure e alle proprie promesse. Dante lo condanna nell’Inferno per il desiderio di sapere oltre ogni limite, Nolan lo restituisce oggi come un uomo complicato, costretto a fare i conti tanto con gli dèi quanto con se stesso. Fra i due vale la pena affiancare anche un caso più obliquo, quello del Candido di Voltaire: non un vero e proprio Ulisse, ma un personaggio che sembra costruito sulla stessa impalcatura del viaggiatore errante, utile per contrasto a misurare quanto la figura omerica sia cambiata nel tempo. Due riscritture dirette e un paragone illuminante, dunque, attorno a una sola domanda che si ripropone identica: che cosa resta del desiderio che ha spinto un uomo a partire, una volta che il viaggio è finito?

Il volo oltre le colonne: l’Ulisse di Dante

Nel ventiseiesimo canto dell’Inferno Dante colloca Ulisse nell’ottava bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti, avvolto insieme a Diomede in una fiamma bifida che arde per la frode del cavallo di Troia e per altri inganni di guerra. Ma il lettore, dopo sette secoli, ricorda ben poco della pena e moltissimo del racconto che quella fiamma pronuncia, perché Dante affida a Ulisse un’invenzione che né Omero né Virgilio avevano mai immaginato: non il ritorno a Itaca, ma un’ultima partenza.

Dante e Virgilio in una rappresentazione di Gustave Dorè

Nel poema dantesco Ulisse è già tornato a casa, ha già riabbracciato Penelope, il figlio Telemaco, il vecchio padre Laerte, eppure quella pace domestica non basta a spegnere in lui l’ardore di conoscere il mondo e i vizi e i valori degli uomini. Così riparte, insieme a una ciurma di compagni ormai vecchi quanto lui, e li convince con parole che sono diventate tra le più citate della letteratura italiana: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Varcano le colonne d’Ercole, il confine che la tradizione antica poneva al navigare umano, trasformando i remi in ali per quello che Dante chiama, in un verso altrettanto celebre, «il folle volo». Per cinque mesi si spingono nell’oceano sconosciuto, finché non avvistano una montagna scura, che è la montagna del Purgatorio. È a quel punto che un turbine si leva dalla terra nuova, investe la nave per tre volte e la inabissa, «com’altrui piacque», come piacque a un Altro che Dante non nomina mai direttamente.

La condanna di Ulisse racconta molto della sensibilità medievale nei confronti dell’intelligenza umana. Per Dante la conoscenza non è un male, anzi è il tratto più nobile della natura razionale, ma resta un dono che deve restare subordinato a un ordine più grande, quello disegnato da Dio. Cercare di sapere oltre il limite consentito, senza la guida della grazia, diventa allora una forma sottile di superbia, e il naufragio di Ulisse è la punizione di chi ha scambiato il proprio desiderio per una legge universale. Non è un caso che Dante scelga proprio questo personaggio per mettere in scena un simile pericolo: il viaggio del poeta attraverso i tre regni è a sua volta un’impresa senza precedenti, ma autorizzata dall’alto e sorretta da guide come Virgilio e Beatrice, mentre quello di Ulisse è un’impresa tentata da solo, con le sole forze della ragione umana. Nella fiamma che parla nell’ottava bolgia, insomma, Dante osserva quello che avrebbe potuto diventare lui stesso, se il proprio desiderio di conoscenza non fosse stato accolto e indirizzato dalla fede.

Il giardino contro l’odissea: un paragone con il Candido di Voltaire

Quattro secoli più tardi, nella Francia dei Lumi, Voltaire non riscrive il mito di Ulisse, e il suo Candido non è un nuovo Ulisse: è un personaggio che sembra costruito sulla stessa architettura del viaggiatore errante, e il suo percorso, pubblicato nel 1759, si presta a un paragone istruttivo con entrambi i modelli precedenti, quello omerico del ritorno e quello dantesco della conoscenza senza confini. Cacciato dal castello di Thunder-ten-tronckh per aver baciato Cunegonda, Candido viene scaraventato in un viaggio che nessuno ha scelto, attraverso guerre, il terremoto di Lisbona, i tribunali dell’Inquisizione, la schiavitù nelle piantagioni, fino al regno favoloso di El Dorado, che sceglierà lui stesso di abbandonare. I mostri omerici, i ciclopi, le sirene, Circe, sono sostituiti da mostri più moderni: inquisitori fanatici, nobili corrotti, mercanti di uomini, filosofi che continuano a ripetere che tutto va per il meglio proprio mentre il mondo intorno a loro crolla.

La differenza decisiva rispetto agli altri due Ulisse riguarda il motore stesso del viaggio. Omero racconta un uomo mosso dal desiderio di tornare a casa, Dante un uomo mosso dal desiderio di sapere oltre ogni limite, mentre Candido non è mosso da nessun desiderio paragonabile: viene semplicemente trascinato dal caso e dalla catastrofe, senza una meta che dia senso alle tappe del percorso. È qui che si misura l’ironia di Voltaire, rivolta soprattutto contro l’ottimismo di ispirazione leibniziana incarnato dal precettore Pangloss, secondo cui ogni sciagura fa parte di un disegno provvidenziale destinato al bene. Il romanzo smonta pezzo per pezzo questa fiducia, mostrando un mondo in cui la sofferenza non risponde a nessuna logica superiore, né divina né eroica.

Alla fine del libro Candido non conquista un trono come Ulisse, e non naufraga per volontà divina come l’Ulisse di Dante: si ritira con i suoi compagni in un piccolo podere vicino a Costantinopoli, e chiude il racconto con la celebre affermazione, nota anche nell’originale francese come «il faut cultiver notre jardin», secondo cui bisogna coltivare il proprio giardino. È la risposta illuminista, scettica verso ogni grande narrazione cosmica, tanto verso l’epica del ritorno quanto verso l’epica della conoscenza senza confini: non un’impresa che dia significato all’esistenza, ma un lavoro modesto, concreto, alla portata di ogni uomo. In questo senso Candido è un anti-Ulisse, l’eroe di un secolo che ha smesso di credere nei disegni provvidenziali e ha scelto di misurare la propria vita sulla dimensione dell’orto piuttosto che su quella dell’oceano.

L’eroe complicato: l’Odissea di Christopher Nolan

Se Dante condanna Ulisse e Voltaire lo dissolve nell’ironia, Christopher Nolan lo restituisce nella forma che forse appartiene più di ogni altra al nostro tempo, quella dell’uomo complicato, definizione che riprende non a caso dalla traduzione inglese di Emily Wilson, la prima versione dell’Odissea firmata da una donna, uscita nel 2017 e indicata dallo stesso regista come la scintilla che lo ha spinto a realizzare il film. Nel montaggio torna la lezione più evidente di Oppenheimer, il modo di trattare il tempo non come una linea ma come una mappa che si può percorrere in ogni direzione: il passato della guerra di Troia, il presente del naufragio, il futuro del ritorno a Itaca si intrecciano di continuo, restituendo la sensazione che, per chi ricorda, ogni evento resti sempre presente.

La scelta interpretativa più significativa riguarda proprio le ragioni del ritardo. Nella tradizione, dieci anni di peregrinazioni dopo dieci anni di guerra si spiegano soprattutto con la collera di Poseidone e i capricci degli dèi, e anche nel film Atena continua ad apparire, visibile solo agli occhi dell’eroe. Ma Nolan lascia intravedere che una parte del ritardo possa dipendere dallo stesso Odisseo, incapace di sentirsi degno della felicità di Itaca dopo quello che ha fatto e visto durante la guerra. Il film non nasconde la violenza del sacco di Troia, e mostra un protagonista che predica un codice d’onore salvo poi tradirlo quando la necessità o la rabbia prendono il sopravvento. Non arriva mai una morale confezionata: le scelte del personaggio, quelle lodevoli e quelle atroci, restano affidate al giudizio di chi guarda, in una complessità che rifiuta tanto le semplificazioni quanto l’eroismo senza ombre.

Anche la struttura del racconto asseconda questa idea. Il film si apre con un uomo che narra una storia dentro un banchetto, frammento minimo di tutto ciò che lo spettatore vedrà, un modo per ricordare fin dalle prime immagini che il ritorno di Ulisse è sempre stato, prima ancora che un viaggio per mare, un viaggio dentro il racconto che ne viene fatto, capace di ingannare e liberare, di consolare e turbare allo stesso tempo.

Ogni epoca ha il suo Ulisse

Messi uno accanto all’altro, questi tre Ulisse non raccontano semplicemente tre versioni della stessa trama, ma tre modi diversi di intendere il rapporto fra desiderio umano e limite. Per Dante il problema è quanto lontano possa spingersi la conoscenza prima di sconfinare nella superbia, e la risposta è il naufragio davanti alla montagna del Purgatorio. Per Voltaire il problema è se esista davvero un disegno capace di dare senso al viaggio e alla sofferenza, e la risposta è il ritiro nell’orto, lontano da ogni epica. Per Nolan il problema è che cosa significhi davvero tornare a casa quando si porta dentro il peso di ciò che si è fatto in guerra, e la risposta resta sospesa, affidata alla coscienza dello spettatore quanto a quella del personaggio.

Eppure, cambiando le vesti e il linguaggio, questi tre autori tornano sempre allo stesso punto fermo, quella tensione fra la casa e l’orizzonte che Omero aveva scolpito per primo quasi tremila anni fa. È forse questo il segreto della lunghissima fortuna del mito: Ulisse non appartiene a nessuna epoca in particolare, perché ogni epoca vi ritrova, come in uno specchio, la propria idea di che cosa valga la pena rischiare, e di che cosa, alla fine, valga davvero la pena tornare a cercare.

Lascia un commento