Un indovino nato due volte
Nella mitologia greca esistono pochi personaggi enigmatici quanto Tiresia, l’indovino cieco di Tebe che attraversa l’intero arco della tragedia classica, da Sofocle a Euripide, fino a comparire come ombra profetica nell’Odissea di Omero. Prima di diventare la voce che rivela agli uomini verità che preferirebbero ignorare, però, Tiresia visse un’esperienza che nessun altro personaggio del mito greco condivide con lui. Per un tratto della sua vita smisuratamente lunga fu donna, e lo fu non per finzione o travestimento, ma per una trasformazione reale che gli autori antichi raccontarono con dovizia di particolari fisici e simbolici.

La metamorfosi nel bosco del Citerone
La versione più celebre della storia arriva da Ovidio, che nel terzo libro delle Metamorfosi racconta come il giovane Tiresia, passeggiando sui monti della Beozia, si imbattesse in due grossi serpenti avvinghiati nell’accoppiamento. Colpendoli con il bastone, forse per separarli o forse per pura irritazione, scatenò una punizione immediata, il suo corpo mutò forma e Tiresia si ritrovò donna, con tutto ciò che questo comportava nella società greca antica, dal modo di vestire alla posizione sociale. Ovidio non nasconde la fisicità dell’evento e insiste sul fatto che la trasformazione fu completa, non un’apparenza né un’allegoria, ma un cambiamento di sesso vero e proprio, raccontato con la stessa naturalezza con cui altrove il poeta narra la metamorfosi di Dafne in alloro o di Atteone in cervo.
Sette anni nel corpo di una donna
Per sette anni, secondo la tradizione più diffusa, Tiresia visse come donna. Alcune fonti tarde arrivano a sostenere che in quel periodo si sposò e generò figli, e che la veggente Manto, destinata a sua volta a un ruolo profetico nella leggenda tebana, fosse proprio sua figlia. Fu solo imbattendosi nuovamente negli stessi due serpenti, ancora intenti ad accoppiarsi nello stesso luogo, che Tiresia poté scegliere se ripetere il gesto che lo aveva trasformato la prima volta. Colpendoli di nuovo tornò uomo, chiudendo un ciclo che nessun altro personaggio della mitologia greca visse con altrettanta completezza. Aveva conosciuto dall’interno entrambe le esperienze del corpo e del desiderio, maschile e femminile, e questo lo rese, agli occhi degli dèi, l’unico essere in grado di rispondere a una domanda che nessun mortale né alcuna divinità avrebbe potuto altrimenti dirimere.
Il verdetto che costò la vista
Quella domanda nacque da una disputa scherzosa tra Zeus ed Era su chi, tra uomo e donna, provasse maggiore piacere nell’unione amorosa. Zeus sosteneva che fosse la donna, Era il contrario, e poiché Tiresia era l’unico ad aver vissuto entrambe le condizioni venne chiamato ad arbitrare. La sua risposta, tramandata da Ovidio in una formula diventata proverbiale, attribuiva alla donna un piacere pari a nove parti su dieci rispetto a quello maschile. Era, offesa da una rivelazione che forse toccava segreti che gli dèi preferivano tenere celati, lo accecò all’istante. Zeus, non potendo annullare la punizione inflitta da un’altra divinità, gli donò in cambio il dono della preveggenza e una vita lunga sette generazioni, trasformando una perdita fisica nell’origine stessa della sua fama di indovino.

Le fonti antiche non concordano
Vale la pena ricordare che questa non è l’unica spiegazione tramandata dall’antichità sulla cecità di Tiresia. Callimaco, nell’Inno a Pallade, racconta una versione completamente diversa, in cui il giovane vede per caso Atena nuda mentre fa il bagno e viene accecato dalla dea per aver contemplato un corpo divino non concesso agli occhi mortali, ricevendo poi il dono profetico come risarcimento chiesto dalla madre alla dea stessa. Le due tradizioni, quella della metamorfosi sessuale e quella dello sguardo proibito, convivono nelle fonti classiche senza che gli autori antichi sentissero il bisogno di armonizzarle, segno che il mito di Tiresia non nacque come racconto unitario ma come intreccio di narrazioni diverse cresciute nel tempo attorno a una stessa figura.
Tiresia nella letteratura italiana e nella tradizione occidentale
La fortuna di Tiresia nella cultura italiana passa soprattutto per Dante, che lo colloca nel ventesimo canto dell’Inferno tra gli indovini, condannati a camminare con il volto rivolto all’indietro per aver preteso di vedere troppo lontano nel futuro. Accanto a lui il poeta pone proprio Manto, la figlia cui la leggenda attribuisce la fondazione di Mantova, in un gioco di rimandi che lega ancora una volta padre e figlia nello stesso destino profetico. Molti secoli dopo sarà Thomas Stearns Eliot, in un passaggio centrale della Terra desolata, a fare di Tiresia la voce narrante capace di attraversare ogni genere e ogni epoca, testimone di tutte le vicende umane proprio in virtù della sua doppia esperienza corporea. È in questa linea che la critica novecentesca ha iniziato a leggere Tiresia come una figura anticipatrice, capace di incarnare in forma mitica un attraversamento del genere che la cultura contemporanea ha imparato a riconoscere e nominare con categorie proprie.

Un mito che parla al presente
Definire Tiresia il primo personaggio transessuale della storia significa applicare a un racconto vecchio di quasi tremila anni un lessico che appartiene al nostro tempo, e la cautela filologica impone di ricordarlo. I greci non avevano categorie corrispondenti a quelle con cui oggi si descrive l’identità di genere, e la trasformazione di Tiresia rispondeva a una logica narrativa e religiosa diversa dalla nostra, fatta di punizioni divine e di equilibri cosmici tra gli dèi. Eppure proprio questa distanza rende il mito prezioso. Dimostra che l’idea di un corpo capace di attraversare il confine tra maschile e femminile, e di raccontare entrambe le esperienze dall’interno, ha attraversato la cultura occidentale ben prima che esistesse un vocabolario per definirla, e continua oggi a offrire un punto di incontro insolito tra l’antichità classica e le sensibilità del presente.
