La Torre di Babele 03/05/2025

L’ultima puntata stagionale de “La Torre di Babele” condotta da Corrado Augias ci ha regalato una serata densissima di spunti, un vero e proprio viaggio tra la storia recente, la spiritualità e le inquietudini del nostro presente.

Gli ospiti della puntata sono stati: padre Antonio Spadaro, gesuita e sottosegretario del Dicastero Vaticano per la cultura e l’educazione, il professor Luciano Canfora, storico e filologo di grande levatura, e il professor Umberto Galimberti, filosofo.

Il Lascito di Papa Francesco

Uno dei focus centrali è stato il recente e repentino luttuoso evento che ha colpito la Chiesa: la morte di Papa Bergoglio. Padre Spadaro ha tracciato un bilancio significativo di un pontificato che ha coinvolto emotivamente e intellettualmente tantissime persone, rendendo Francesco una figura di riferimento non solo per i cattolici.

Ciò che emerge con forza dalle testimonianze è la straordinaria semplicità del Papa. Un papa che si è spogliato dei “panni imperiali del rosso pontificio che erede dell’Impero Romano”, scegliendo il bianco e vivendo con estrema sobrietà, quasi povertà, nell’abbigliamento. Un dettaglio toccante citato è la sua sepoltura con gli stessi stivaletti ortopedici che indossava, “anche un po’ lisi scalcagnati”, un gesto che richiama il titolo di un famoso romanzo e un desiderio, come quello di San Francesco d’Assisi, di essere sepolto nella “nuda terra”.

Papa Francesco è stato definito un leader morale per il mondo, capace di parlare un linguaggio comune e ordinario, mettendo al centro il Vangelo della misericordia. Il suo primo viaggio a Lampedusa e l’esortazione a “costruire ponti e non muri” di fronte alle guerre, i suoi appelli incessanti per la pace, sono stati ricordati come tratti distintivi. La diplomazia vaticana sotto di lui è stata una diplomazia di “cucitura sartoriale”, tesa a unire e non dividere. Ha avuto il coraggio di incontrare figure controverse e di ricordare i conflitti “dimenticati”, con gesti potenti come l’inginocchiarsi a baciare le scarpe dei leader del Sud Sudan.

Colpisce la sua visione profetica: già nel 2014, un anno dopo l’elezione, parlava di “terza guerra mondiale a pezzi”, una definizione che risuona ancora più vera oggi. Nonostante lo scetticismo sull’impatto immediato dei suoi appelli (visti da alcuni come “una voce che risuonava nel deserto”), è stato sottolineato come il suo ruolo di “soft power”, di “piazza di dialogo”, e il suo messaggio (definito un’idea generale potente, quasi un’utopia nel senso nobile del termine) abbiano una grande efficacia nel tempo, specialmente lontano dai riflettori occidentali, in Africa o in Asia.

Un aspetto politicamente rilevante del suo pontificato, discusso con Annalisa Cuzzocrea e Umberto Galimberti, è la sua distanza netta dalle politiche dei muri e del diritto della forza, in particolare quelle associate a Donald Trump. Ha criticato aspramente la “teologia della prosperità” diffusa negli Stati Uniti, che vede la ricchezza come segno del favore divino, definendola una “depravazione del Vangelo”, e ha insistito sul trovare la voce di Dio nei poveri. Il suo motto, “Todos, todos, todos”, e la scelta di voler essere salutato per l’ultima volta da “reietti” (poveri, detenuti, transessuali) incarnano questo messaggio. Galimberti ha suggerito che Francesco abbia, in un certo senso, riempito un vuoto lasciato dalla sinistra tradizionale, rappresentando i bisogni umani e il Vangelo nella sua essenza.

La Storia che Ritorna e la “Fatica della Democrazia”

La puntata ha poi esplorato il contesto storico-politico, a partire dalle ricorrenze del 25 Aprile (80° anniversario della Liberazione) e del 28 Aprile (80° anniversario dell’uccisione di Mussolini e dei gerarchi). Il professor Canfora ha analizzato la fase finale del fascismo, i suoi “errori catastrofici” come l’entrata in guerra e il regime fantoccio di Salò, sottolineando come il 25 Aprile sia una data storica perché ha chiuso quella “fase torbida e criminale”.

Si è riflettuto sull’idea (definita dal conduttore “impegnativa e rischiosa”) che 80 anni di pace in Europa possano aver indebolito il “sentimento della libertà” nelle nuove generazioni, che danno la democrazia per scontata. Canfora, pur non condividendo l’idea che la pace sia “nociva”, ha ammesso che possa indurre pigrizia nel comprendere cosa accade oltre i confini, sottolineando l’importanza dell’internazionalismo come antidoto ai nazionalismi che riaffiorano.

Un tema cruciale, toccato da Annalisa Cuzzocrea e ripreso da Canfora, è la “fatica della democrazia”: la lentezza nel dare risposte ai bisogni dei cittadini, che può portare a desiderare un “uomo forte”. Si è parlato del modello della democrazia liberale (con riferimenti a Putin e Orban), caratterizzato da un esecutivo più forte di legislativo e giudiziario, e del rischio di perdere diritti acquisiti. È stata notata la diminuita importanza del Parlamento nel tempo, anche a causa del decentramento delle decisioni cruciali a strutture sovranazionali.

Altro punto dolente: l’“esportazione della democrazia” in paesi come Iraq e Libia, i cui risultati sono stati “catastrofici”. Canfora ha definito questa volontà un “paravento propagandistico”, ricordando la massima “I popoli non amano i missionari armati” e l’errore di valutare i regimi altrui con le proprie categorie. L’uso di termini come “autocrazia” o “tiranno” è stato criticato come “propagandistico” e privo di reale contenuto, suggerendo che correggerlo aiuterebbe a evitare errori. L’esempio della Libia post-Gheddafi, spappolata senza il “tiranno”, è stato citato come caso emblematico.

Indifferenza, Tecnica e la Ricerca di Senso

La conversazione si è fatta ancora più profonda con il professor Galimberti, esplorando la “globalizzazione dell’indifferenza” denunciata da Papa Francesco. Galimberti ha offerto una spiegazione psicologica: la nostra psiche è limitata al “mondo circostante” (l’Umwelt tedesco). Non siamo in grado di partecipare emotivamente ai disastri lontani; restano statistiche. L’indifferenza è anche un modo per non confrontarsi con la nostra impotenza.

Un passaggio affascinante e molto attuale per chi si occupa di cultura digitale e narrazioni è quello sulla comunicazione che crea la realtà, non solo la racconta. Richiamando Platone e la sua critica a retori e sofisti che “corrompono le anime” e “ingannano la gente”, Galimberti ha descritto come la persuasione sia diventata un “timone” per i propri disegni (una definizione di populismo). Oggi, i media, specialmente i social, non ci danno l’esperienza del mondo, ma la sua rappresentazione. Questa rappresentazione è spesso costruita su come ci piacerebbe che il mondo fosse, sulle emozioni e pulsioni, non sulla realtà. Le “ombre nella caverna platonica” trovano una trasposizione moderna: un fatto non trasmesso sembra non avere rilevanza, e le persone arrivano a compiere azioni solo per registrarle e trasmetterle. I telefonini sono diventati il “nuovo occhio dei popoli”, uno strumento tecnico diventato inevitabile per la socializzazione, trasformando la tecnica in un mondo a sé.

La tecnica è diventata ciò che “governa il mondo”, soppiantando la politica. Essa “funziona” (come notava Heidegger), ma non ha scopi, non dischiude orizzonti di salvezza. Il suo scopo è solo l’autopotenziamento, come la volontà di potenza di Nietzsche.

Infine, si è parlato della paura come potente arma politica usata dalle destre e dell’incapacità delle sinistre di contrapporle una narrazione valida, un orizzonte di speranza.

Il professor Galimberti ha chiuso con una profonda riflessione sulla sua visione “greca” (prendere sul serio la morte, l’etica del limite, assenza di speranze ultraterrene) e su Gesù, da lui visto non come figlio di Dio (lui stesso si definiva “figlio dell’uomo”), ma come colui che ha mostrato che la salvezza è “in questo mondo” attraverso l’azione: accogliere i diseredati, assistere i malati, visitare i carcerati. La verità, secondo la cultura ebraica, è “fare” (emet), un’azione. “Io mi faccio prossimo a te” è il messaggio, un’azione che Bergoglio ha incarnato. Questa visione evangelica, contrapposta al cristianesimo come religione di stato e sacralizzazione del potere, è per Galimberti “espressione di umanesimo di cura dell’uomo”.

La puntata si è conclusa con un richiamo alla Costituzione di Piero Calamandrei, non una macchina che va avanti da sé, ma un impegno quotidiano, e al monito di Montesquieu: “la servitù comincia col sonno”, rendendo necessario svegliarsi.

Un finale potente per una stagione di televisione che ci ha invitato a non essere indifferenti e a cercare di capire. Speriamo che “La Torre di Babele” possa tornare presto.

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